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Barellacci e la cena romantica

Danilo Barellacci, come tutti gli uomini, a un certo punto della sua vita ha sentito la necessità di fare una sorpresa alla sua fidanzata Giovanna detta Nina.

Volendo stupire Nina, Barellacci decise non optare per il solito inflazionato regalo da fidanzati ma piuttosto di prepararle una cena romantica. Il problema di Barellacci è che non si è mai cimentato ai fornelli in vita sua: fino a 33 anni ha vissuto a casa dei genitori, e sua madre ha sempre provveduto a cucinare per tutta la famiglia.

Certo di poter affrontare qualsiasi ostacolo culinario e abbagliato dalla maestria con cui Carlo Cracco insulta i concorrenti di Hell’s Kitchen Italia, Barellacci aveva pianificato -quasi- tutto nei minimi particolari mesi prima.

Aveva comprato su Ebay una divisa professionale da chef per una cifra mostruosa, che, a detta del venditore (tale “PeppeSola96”) era stata autografata da Gordon Ramsay in persona. Curiosamente l’autografo di Ramsey compariva sotto l’ascella destra, al nome “Gordon” mancavano le vocali e “Ramsay” era scritto con la s al posto della m.

Barellacci inoltre aveva acquistato tramite telepromozione il famoso set di coltelli “Miracle Blade III serie perfetta”. Divorato dalla curiosità, però, aveva distrutto subito quattro dei coltelli del set tentando di segare nell’ordine: un ramo sporgente dell’acero del viale sotto casa, una scatoletta di piselli (preventivamente surgelata per l’occasione), uno scarpone da montagna di suo nonno alpino e la marmitta del motorino di suo cugino Piero.

Il vero errore di Barellacci fu decidere solo il giorno della cena cosa cucinare. Essendo naturalmente avverso alla creatività e al prendere decisioni, Barellacci chiese consiglio al suo collega Sacchetta, sedicente tuttologo e chiaramente esperto cuciniere, il quale gli consigliò “due cosine semplici, facili facili che sanno fare tutti: me l’ha detto uno chef stellato!”.

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Le due cosine semplici proposte da Sacchetta erano in realtà un estratto dal menù del ristorante “Il Coccio” di Livorno Ferraris in provincia di Vercelli, il cui cuoco (un pregiudicato ex inserviente dell’Autogrill, licenziato per un ammanco di cassa di circa 200€) proponeva indicibili schifezze a cui assegnava nomi altisonanti. Questo losco personaggio aveva però acquisito una certa fama nei paesi limitrofi per essere stato cacciato con ignominia e numerosi insulti alle selezioni di Masterchef.

Ad ogni modo, il menù consigliato da Sacchetta proponeva:

  • Antipasto: Musetto di maiale fondente con nocciole di Bronte, stracciatella di bufala e pinoli piastrati
  • Primo: Spaghettone integrale risottato con ragù di frattaglie, calamari e wan ton fritti grattugiati
  • Secondo: Piccione in crosta, carciofo al mascarpone e patata al bergamotto
  • Dessert: Torta al limone “a modo mio” (Sacchetta aveva confessato che si trattava della torta al limone confezionata del Mulino Bianco, a riguardo della quale nessuno aveva mai obiettato sulla qualità)

Barellacci al maiale fondente era già completamente disorientato, e non capiva cosa il porcello avesse a che spartire con il cioccolato: nell’imbarazzo più totale, vomitò e svenne.

Quando rinvenne mancavano solo due ore alla cena: Barellacci non trovò di meglio che cercare frettolosamente su Youtube la ricetta degli spaghetti al burro e salvia. Approdato sulla home page del Tubo però, si imbatté in un video dal titolo “Er Mutanda insulta Pappalardo in diretta TV”. Barellacci si concesse qualche momento di svago, convinto di poter preparare la cena in poco tempo.

Perse vergognosamente i seguenti 118 minuti a guardare i peggiori momenti trash della TV italiana dal 1971 ad oggi, e quando Nina entrò in casa lo trovò con la giacca da chef, senza pantaloni, a visionare “Iva Zanicchi caga in studio”. Barellacci si girò, vide la faccia disgustata di Nina, non disse una sola parola e mestamente si avviò verso il bagno.

La riproduzione automatica dei video di YouTube nel frattempo aveva avviato la proiezione di “Tutta la verità su Iva Zanicchi che caga in studio”.

Conclusero la serata al McDonald’s, in un silenzio orrendo.

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Hot or …what?

L’altro giorno ho assistito a un incredibile esperimento sociologico. E, mio malgrado, ne sono stato co-protagonista. È stato talmente sensazionale che ho aspettato alcune settimane per raccontarvelo, ho dovuto approfondire con me stesso tutti gli spunti di riflessione che il suddetto esperimento ha sollevato nella mia testa, fin troppo propensa all’auto erotismo mentale.

Ma andiamo con ordine.

Recentemente sono venuto a conoscenza di un’app per smartphone dal nome “Hot or not”. I più giovani o i più soli o i più… bisognosi di contatto umano la conosceranno già, ma per coloro che per un motivo o per l’altro non la conoscono, vado a spiegarne per punti il funzionamento.

1- Ci si iscrive.
2- Si accede al proprio profilo: si indica il nome (o nickname), la data di nascita, il sesso e la città in cui ci si trova.
3- Si sceglie una foto. Una foto in cui preferibilmente si è venuti bene. Se si è dotati di addominali stile WWE o lineamenti da fotomodello, bè, meglio che li metta in mostra.
4- Si comincia a visualizzare una serie di foto di altri utenti (secondo i propri gusti: data la mia eterosessualità ho scelto di vedere solo foto di ragazze). Sotto ogni foto sono presenti due tasti enormi, uno con un cuore e uno con una X.
5- Come i più sagaci avranno già capito, si esprime il proprio gradimento selezionando il tasto cuore, il proprio disinteresse selezionando il tasto X.
6- Volendo si può interagire con gli altri utenti iniziando una chat.
7- Fine.

Come sono venuto a conoscenza di questa app? Parlando con una ragazza, mia amica, la quale, dovo avermi elencato le principali features (inglesismo a caso) di Hot or not, decide di installarla. Io la seguo a ruota.

Al via l’esperimento sociologico.

-Ore 23
Io e la ragazza (che per convenzione chiameremo Cloe) installiamo l’app sui nostri smartphone.

-Ore 23.04
I settings (altro inglesismo a caso) dei nostri profili sono pronti, entrambi siamo ufficialmente iscritti.

-Ore 23.05
Cloe riceve una notifica, qualcosa del tipo “complimenti, hai appena sbloccato un badge: il tuo profilo sta avendo successo”.

Il mio smartphone giace silenzioso sul tavolo. Niente notifiche per me.

-Ore 23.05 (un paio di secondi dopo)
Cloe riceve un’altra notifica: “Tizio X ti ha inviato un messaggio”.

Il mio smartphone giace silenzioso sul tavolo del pub. Ancora nessuna notifica per me: controllo se la connessione è attiva. Lo è. Niente notifiche per me.

-Ore 23.06
Cloe riceve una terza notifica: “Tizio Y ti ha inviato un messaggio”.

-Il mio smartphone giace silenzioso sul tavolo di legno consumato del pub, come un monolitico simbolo della fredda tecnologia che si erge in mezzo ad un mare di assordante silenzio. Il silenzio delle notifiche. Niente notifiche per me.

-Cloe disinstalla l’app a fine serata (o almeno così asserisce).

-Io per le seguenti due settimane mantengo installata l’applicazione sullo smartphone: niente notifiche. Neanche una. Neanche un misero cuoricino.

-Al ventesimo giorno ho disinstallato l’app per evitare un attacco di depressione.

hot or fail

Hot or… fail?

 

Fine dell’esperimento sociologico: al via le considerazioni.

Non esiterei a descrivere la ragazza che mi ha introdotto nel mondo di “Hot or not” (e quindi della depressione, seppur passeggera) come carina e attraente, ma la differenza che intercorre tra me e gli altri utenti dell’app è che io, seppur in maniera marginale, conosco la ragazza in questione. Io SO perché -per me- Cloe è attraente. E tra i mille motivi che non starò qui ad elencare (c’è il rischio che legga questo articolo, mi imbarazzerebbe) i principali non hanno nulla a che fare con ciò che lei mostra in fotografia.

Ecco perché la mia depressione, passeggera solo fino a poche righe fa, si mostra un po’ più grave del previsto: io posso ritenere Cloe una persona fantastica, ma lei non lo saprà mai. Potrà forse solo immaginare che io la ritengo carina e attraente, ma potrebbe anche pensare che la mia opinione di lei sia molto bassa. Potrebbe pensare che io la ritenga una stronza viziata, oppure una persona fantastica e meravigliosa. O qualcosa in mezzo tra le due. Chi lo sa, non credo di averglielo mai detto. E di certo non in chat.

Ma se io non conoscessi Cloe e la contattassi in chat scegliendo di interagire con lei solo dopo aver visionato le sue foto, per dirle che è fantastica e meravigliosa, farei nascere in lei il legittimo dubbio che io la stia contattando solo perchè mi piacciono i suoi occhi o i suoi capelli. Di certo io, Utente Generico di Hot or Not, non posso esprimermi sui motivi REALI che fanno di Cloe una persona fantastica e meravigliosa: posso esprimermi sui tratti del viso, sul suo corpo, o più in generale sulla qualità della foto.

Siamo seri: nessuno contatterebbe mai una ragazza su un’app del genere per dire “complimenti per la qualità fotografica: la sapiente scelta dei filtri esalta questa o quella parte di te appianando al contempo lo sfondo circostante”. Potrebbe essere una buona frase d’aggancio, ma poco più. Dunque io, Utente Generico, apprezzerei la foto di Cloe. Non Cloe. Oppure, da perfetto uomo italico, semplicemente apprezzerei i suoi tratti somatici. E dico tratti somatici perchè voglio comportarmi da signore: è risaputo che gli uomini quando vedono una donna appena decente secondo gli standard del Drive In (per i nati tra i ’70 e gli ’80) e di Studio Aperto (dagli ’80 in avanti) sbavano, gonfiano il petto, fanno i cascamorti e (per i nativi digitali) cliccano “like”. Smoccolando frasi da perfetti gentlemen quali “cazzo che gnocca!”.

Fine delle considerazioni: al via le seghe mentali.

Cloe ha ricevuto un sacco di apprezzamenti (o cuoricini), io nemmeno uno. Mi piace pensare che questo sia dovuto al mio sesso. Mi piace pensare che il motivo per cui in nemmeno un minuto Cloe è stata contattata da un paio di persone e io da nessuno in due settimane sia semplicemente perchè lei è una donna e io un uomo. Mi piace pensare che quella sia un’applicazione per Pierini rincoglioniti con gli ormoni a mille, dimenticandomi per un attimo che anche io, sulla soglia dei trent’anni, non scherzo in quanto a danze ormonali. Mi piace pensare che non sia tutto così semplice, nelle relazioni uomo-donna: cuoricino o X, dentro o fuori, “per me è sì, per me è no”. Mi piace pensare che il mio aspetto (al netto di ogni dubbio, non particolarmente attraente ma nemmeno repellente) non c’entri.

Mi piace pensare che le cose belle succedono, magari col tempo, senza la fretta di un’app il cui fondamento è la velocità di scelta. Mi piace pensare che, se mai trovassi una persona fantastica e meravigliosa, aspetterei il momento giusto per dirglielo. Magari ci vorrà un giorno, magari un mese, forse un anno: dovrebbe essere il momento giusto però. Mi piace pensare di essere un romantico, a mio modo. Mi piace pensare. Hot or not.

 

P.S.

Mi piace tantissimo cercare scuse.

Slim e Rocky

Slim il lombrico strisciava tranquillo nel bosco, verso la sua tana sottoterra, quando si imbatté in un sasso, fermo sul prato, che lo guardava con aria perplessa.

“Ciao, sasso. Io mi chiamo Slim. Tu come ti chiami?”

“Ciao, lombrico. Io sono Rocky. Dove vai, così di corsa, Slim?”

“Vado verso la mia tana. Sta per arrivare l’inverno, e con esso la neve. E io non voglio prendere freddo. Tu piuttosto, cosa fai lì fermo?”.

“A me piace stare fermo. Sto qui e mi godo il panorama.”

“Oh, bello! Ma come farai quando arriverà la neve?”.

“Quando arriverà la neve, vedrò tutto bianco. È bello il bianco,non trovi?”.

“Certo, il bianco è molto bello. Ma non sentirai freddo?”.

“Si, forse un po’. Ma sono abituato. E quando il sole d’agosto batterà forte sentirò molto caldo. Ma cosa vuoi farci, a me piace stare qui”.

“Affascinante! Io ho paura di essere seppellito dalla neve, e di rimanere congelato. E d’estate, quando il sole batte forte, il mio corpo si secca. Ecco perché mi piace muovermi”.

“Ma anche io mi muovo ogni tanto. Ad esempio, quando piove molto, l’acqua mi sposta, e io rotolo un po’ qua e là”.

“Ma allora anche a te piace spostarti un po’! Sono tanto felice di aver scambiato due parole con te. Ti va di vederci ancora? In fondo passo spesso di qui”.

“Perché no?”.

Slim strisciò nella sua tana, per poi uscire il giorno successivo e andare a salutare Rocky. Fece lo stesso il giorno successivo, e quello dopo ancora. Tra i due nacque un bel rapporto: i due parlavano molto, Rocky aspettava sempre Slim, che ogni giorno usciva dalla sua tana e si recava da lui. Finché un giorno di primavera, un ragazzino dispettoso, girovagando nel bosco, raccolse Rocky e lo lanciò lontano. Dapprima a Rocky parve di sognare. Finalmente si era spostato da lì! Ma andò a sbattere su un tronco d’albero e finì nel ruscello, posandosi sul fondo.

Il giorno successivo Slim uscì dalla tana, ma non trovò Rocky.

“Anche a Rocky piace spostarsi – pensò – domai tornerà”.

L’indomani Slim tornò a cercare Rocky, e strisciò lontano dalla sua tana. Esplorò le radici dell’albero e le rive del ruscello, poi perlustrò tutto il bosco, ma di Rocky non c’era traccia.

“Tornerà domani – pensò Slim – ne sono certo”.

Slim continuò a cercare Rocky, sfidando la neve fredda dell’inverno che gli gelava il corpo, poi la canicola estiva che gli seccava le membra e gli rendeva difficili i movimenti.

Un bel giorno di sole Slim uscì dalla tana, alla consueta ricerca di Rocky. Mentre strisciava fiducioso nel prato, però, il cielo si fece scuro. Un’ombra nera si avvicinava velocemente al corpicino di Slim, e in un momento fu l’oblio.

Un uomo, passeggiando incauto, aveva calpestato Slim, che ora giaceva senza vita sul prato.

Passarono le settimane, e i mesi, e poi gli anni, e dal fondo del ruscello Rocky, ormai rassegnato, pensò:

“Bè, evidentemente per Slim non ero così importante.”

manoscritto slim e rocky

Slim e Rocky – 100% scritto a mano!

Un segreto tutto maschile

Care donne, questo è per voi.
Vi voglio svelare un segreto, uno di quelli che magari non vi migliorerà la vita ma magari vi darà uno spunto su cui riflettere. Parliamo di uomini, ovviamente. Bene, so per certo che per alcune di voi il mondo maschile è una specie di mistero bislacco, spesso difficile da comprendere appieno, il cui confronto vi causa una serie di reazioni che vanno dalle parolacce alle bestemmie, dalle lacrime alla gioia, dall’indifferenza alla frustrazione. Queste reazioni sono più che comprensibili viste le sfaccettature inaspettate che il mondo maschile offre ai vostri tentativi di contatto: a volte gli uomini sono estremamente dolci, galanti ed educati, ma altre volte si rivelano incresciosamente buzzurri, insensibili, pieni di menefreghismo e freddezza misto stronzaggine.

Gli uomini sono per natura incapaci di prendere decisioni nette e durature, e quando lo fanno sono spesso pieni di dubbi e perplessità. Gli uomini non ragionano con la testa, almeno quando hanno meno di 65 anni, ma si fanno guidare dall’istinto e dallo spirito selvaggio che credono di condividere con i leoni, i facoceri e gli scimpanzé. L’uomo di buon senso, in generale, è quello che col tempo è riuscito ad “ammaestrare” il suo istinto quel tanto che basta per sembrare ragionevole, e talvolta anche a esserlo. Ma come voi donne sapete bene questi uomini ammaestratori d’istinto sono pochi, e non si trovano ad ogni angolo della strada.

differenti anatomie

…è (anche) una questione di anatomie differenti…

E, come sicuramente sapete meglio di me, spesso e volentieri gli uomini quando interagiscono con le donne non lo fanno in maniera del tutto disinteressata. Ho già descritto ampiamente la cosa qui. Comunque gli uomini sovente si rivelano bestie propense all’accoppiamento prima ancora che al corteggiamento. Questo atteggiamento da cacciatore ovviamente va a scontrarsi non poco con quelle che sono i vani tentativi di entrare in contatto con il sesso opposto: una donna talvolta non sa se quello che ha davanti è un uomo oppure l’uomo che l’uomo stesso ha inteso che la donna vorrebbe. Mi spiego meglio: l’uomo quando vuole è ingegnoso (si noti bene: non furbo, bensì ingegnoso), e capisce che per entrare in contatto con una donna ha bisogno di una specie di maschera che gli consente di essere percepito dalla donna come una persona per bene, affidabile e solida, e non solo come un animale da rimorchio.

Alcune domande possono levarsi spontanee: coma fare a sapere se quell’uomo con cui sto parlando pensa veramente ciò che dice? Come fare a sapere se l’uomo che ho di fronte mente per portarmi a letto oppure è sincero? Come faccio a sapere qual è il suo vero pensiero, o semplicemente il suo vero io?
Giorni e settimane e mesi di stretta e approfondita conoscenza ovviamente sono la soluzione più logica ed efficace, ma immaginiamo di voler sapere da subito chi è davvero l’uomo che ci sta di fronte. Ed ecco da uomo che studia per ammaestrarsi, voglio rivelarvi una strategia -quasi- infallibile per capire davvero chi è veramente un uomo, senza maschere e senza doppi fini.

Parlate ad un uomo dopo che si è masturbato: quello è il vero lui.

Attenzione, non dopo aver fatto l’amore, dopo essersi masturbato: per alcuni le cose coincidono, ma c’è una grossa differenza (ovviamente). Un uomo che ha fatto l’amore solitamente è appagato, magari non pienamente soddisfatto ma sicuramente appagato nei suoi istinti. Non parlerà alla donna complice dei suoi momenti intimi con sincerità, al limite con affetto o indifferenza, prendendo le distanze o accorciandole. Ma quello è l’uomo appagato da UNA donna e, come è noto, l’uomo è l’essere meno monogamo del globo terracqueo. Almeno su base statistica. L’uomo è una bestia strana: anche quando sta con una donna fantastica non si sente appagato. D’altronde si sa: per ogni donna bellissima esiste un uomo che si è stancato di scoparla. Crudo, brutale e vero.

Ad ogni modo parlare con un uomo dopo la sua auto-soddisfazione innesca un circolo virtuoso di onestà e chiarezza dovuta al rilascio di tutte le zavorre causate dalla volontà di conquista, d’istinto e di soddisfazione. Detto in termini spicci, l’uomo dopo la masturbazione gode di una decina di minuti abbondanti (variabili da soggetto a soggetto, ovviamente), in cui è davvero lui. È il momento buono per interagire con lui. Non vi racconterà bugie, non vi intorterà con cazzate da bar o da film Disney, non tenterà di vendervi un sottobicchiere per la luna e si mostrerà, per una volta, per quello che è.

Mi rendo però conto che chiedere ad un uomo “scusa, ti sei masturbato nei dieci minuti precedenti al nostro incontro?” è scortese oltre che fuori luogo. Anche se accettasse la domanda nel modo giusto difficilmente risponderebbe con serenità. E peggio ancora, potrebbe mentire. Stupidi uomini mentitori. Ahimè.
Poco male, almeno siamo salvi, potremo continuare a indossare la nostra maschera da principe azzurro o da selvaggio Renegade, a seconda delle situazioni. Comunque sia, io il mio segreto l’ho svelato, fatene ciò che ritenete giusto, ma tenete presente che… bè, funziona.
Ad maiora!

Gli uomini sono dei maiali

Gli uomini sono dei maiali. Questo potrebbe essere non solo il titolo o la sintesi, ma anche lo svolgimento e la seconda revisione di un ipotetico libro di antropologia intitolato “Il mondo degli uomini”. C’è poco da fare: gli uomini, a tutte le età, in tutte le situazioni, in tutti gli ambiti sono dei maiali. E l’essere maiali li porta ad agire da coglioni. Sempre. Bisognerebbe andare più a fondo nell’argomento, magari evitando di semplificare troppo, me ne rendo conto. Ma certe cose c’è da prenderle per come sono. Perciò non mi soffermerò a filosofare come faccio di solito ma illustrerò alcune situazioni tipo in cui gli uomini si rivelano per quello che sono.

Situazione 1: in coda alla biglietteria della stazione. L’uomo non ha alcuna fretta.

Lui si è appena messo in coda. La biglietteria è praticamente vuota: solo un paio di persone. Arriva una ragazza di corsa, trafelata, sudata, con i capelli appiccicati sulla fronte, il fiatone e una scompostezza raccapricciante. Gli chiede, boccheggiando: “ti prego, per favore, sto per perdere il treno, è urgente, posso passare?”. Lui la guarda di sfuggita, la sua analisi non dura più di un secondo netto: è sgraziata, in netto sovrappeso, i suoi lineamenti non sono per nulla delicati, somiglia vagamente al figlio di Cleveland Brown ed emana uno sgradevole odore di kebab o di ristorante cinese. Non immagina possibili moti di gratitudine interessanti da parte di lei. Le risponde mentendo in modo spudorato: “guarda mi dispiace ma parte tra pochissimo anche il mio, ma cerco di fare in fretta”. Lei risponde con un rassegnato “ok, grazie lo stesso”.

Risultato. Lui non aveva necessità immediata di prendere il treno, esce in strada e si accende una sigaretta. Dalla vetrata della stazione intravede la ragazza sgraziata guardare con sconforto il tabellone delle partenze, fare un gesto di stizza e portarsi le mani al viso. Lui è incuriosito, si avvicina per vedere meglio finché non sbatte il naso contro la vetrata. La ragazza è in lacrime sotto il tabellone delle partenze, in mezzo all’indifferenza della gente. Lui si rammarica: non gli costava niente farla passare. Non l’ha fatto. L’uomo si sente un coglione.

Situazione 2: in coda alla biglietteria della stazione. L’uomo è in orario.

L’uomo è in coda da 10 minuti, non c’è molta gente in biglietteria. Sarebbe il suo turno, quando la ragazza alle sue spalle gli chiede con aria disperata: “ti prego, mi faresti passare? Il mio treno sta per partire!”. Lui, nemmeno fosse uno scanner umano, la analizza da testa a piedi, cerca qualche punto di interesse e scopre che la ragazza possiede alcuni dei requisiti per essere ritenuta un soggetto appetibile: complessivamente è nella norma ed ha qualche chilo di troppo, in compenso però è formosa e ha un viso carino. L’uomo successivamente pensa a quali potrebbero essere i possibili moti di gratitudine di lei (sesso, sesso orale, sveltina nei cessi della stazione). Dopo un secondo passato a buttare un’occhiata al b-side, risponde: “Ma sì, passa pure.”

Risultato. Lei prende il treno, lui anche. Lui ovviamente non riceve nessun moto di gratitudine di quelli sperati ma solo un sincero “grazie!”. Per un paio di secondi pensa al bel gesto del tutto disinteressato che ha appena fatto. Dopo un altro secondo, come fosse colto da una brillante intuizione, scopre che il suo bel gesto non era del tutto disinteressato, e si rammarica per aver sperato davvero in uno di quei moti di gratitudine. Individua il colpevole di questa scoperta: il suo pistolino, il quale, reo di aver spinto il suo cervello a fare una buona azione con fini poco nobili, si vergogna e si ritrae come la testa di una tartaruga. L’uomo si sente un coglione.

uomo coglione

Situazione 3: in coda alla biglietteria della stazione. L’uomo è in ritardo.

L’uomo è in coda da ormai 35 minuti, sta per perdere il treno ma è quasi il suo turno. Arriva una ragazza carina (si badi bene: non immensamente gnocca, solo un po’ carina) che gli chiede con tono implorante “per favore mi faresti passare?”. Lui dopo tre lunghissimi secondi passati a guardare quegli occhi da cerbiatto smarrito, due secondi pieni a fissarle la scollatura e un altro secondo in cui pensa a quali potrebbero essere i possibili moti di gratitudine di lei (tra cui sesso, sesso orale, sesso orale a tortiglione, sesso anale, sesso violento, sesso maialo, sesso disperato e sesso di gruppo) risponde: “Certo, prego.”

Risultato. Lei prende il treno, lui lo perde. Lei non lo ringrazia nemmeno e allo sportello acquista due biglietti, uno per lei e uno per il suo (si suppone) ragazzo che la aspettava a pochi metri di distanza, il quale la bacia con la lingua dandole anche una veloce palpata al culo. Lui ha capito che il suo pistolino ha comandato il suo cervello. Si ripromette di non farlo più. Tre minuti dopo in coda al bar per prendere il caffè la scena si ripete più o meno con lo stesso copione. Si ripromette di non farlo più, ma in cuor suo l’uomo sa che succederà eccome. Comincia a pensare che il suo pene domini il suo universo. L’uomo non si sente un coglione. L’uomo è un coglione.

P.S.

Sia chiaro ai lettori che io sono un uomo. Chiudo dunque con un fallace sillogismo che lascerò completare a voi:

Gli uomini sono maiali.

Io sono un uomo.

….