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L’invidia, Yuppies, il successo

Ci sono punti di vista diversi per qualsiasi cosa. Forse, a volte, cambiare prospettiva è la soluzione ideale per provare a migliorare il nostro modo di pensare. Anche se, si sa, cambiare prospettiva è assai complesso, soprattutto per i forti condizionamenti mentali che la mia generazione (i “born in the 80s”) ha subito in tenera età.

Ad esempio, uno dei must della mia infanzia era il culto del successo – ricordate i film ampiamente popolari tra gli anni 80 e i 90 (era del Berlusconismo galoppante) nei quali i più abbienti, patinati di galateo e glitterati dalla fredda ostentazione della propria ricchezza venivano contrapposti ai popolani da casermone di periferia, dai modi burini ma considerati puri di cuore e scevri dalle nefandezze dell’apparire.

Lo spettatore poteva parteggiare per chi voleva, ma la realtà è che la comicità cinematografica cominciava ad aprire prepotentemente delle crepe nel tessuto sociale: o sei stronzo ma ricco (e quindi puoi vantartene) oppure sei povero ma onesto (e quindi puoi vantartene). Queste due categorie però funzionano al cinema e nelle favole ma non hanno aderenza con la realtà: si vuole in sostanza dare un valore anche a chi non ne dispone, come se uno brutto debba per forza essere simpatico o intelligente. O, per contro, uno bello debba necessariamente essere ignorante.
Ovviamente le esagerazioni proposte al cinema avevano l’obiettivo di portare lo spettatore a immedesimarsi per una fazione o per l’altra. Quindi provare simpatia per un eroe o un anti eroe era una questione di vicinanza sociale e di mentalità: se sono povero mi piaceranno gli eroi burinazzi dal cuore d’oro e se sono ricco apprezzerò i cinici supertop manager.

yuppies

“Yuppies” (filmissimo del 1986) è il trionfo dell’eighties-pensiero, per cui non importa che lavoro fai, come ragioni, se sei fedele o affidabile: basta che guadagni tanto e riesci a ostentare i tuoi guadagni. In questa pellicola il poveraccio, inteso come uomo mediano borghesuccio, non c’è. Ci sono solo i ricchi, i ricchissimi e i servi. Non a caso nella sequenza finale del film i nostri eroi sognano di poter essere un giorno come il ricco per eccellenza, Gianni Agnelli, che presumibilmente sorvola una cima innevata in elicottero. Mica su una Tipo. Gli Yuppies del film ambiscono ad avare i suoi soldi e tutto ciò che ne consegue: ambiscono a diventare dei ricconi, non importa come e perché.
È questo l’errore che a mio parere richiederebbe un cambio di prospettiva: il culto del successo è sovente confuso con il culto della ricchezza. Ciò non porta a un miglioramento delle proprie capacità o a un affinamento del proprio intelletto, ma a una ricerca smodata del modo meno faticoso per guadagnare di più.

E la filiera che ne consegue ha del tragico: guadagno –> ostento –> rimorchio (dai, finiamola con le ipocrisie: chi è ricco becca di più, da sempre) –> genero invidia –> godo nel generarla –> voglio aumentare il mio status economico e sociale perché mi accorgo che più guadagno più conosco persone più ricche di me -> provo invidia a mia volta.

Provo invidia. Già. L’errore che ho commesso e vedo commettere sempre più spesso è provare invidia per i soldi, lo status, il lusso, e non per quello che li ha generati, ossia l’intuizione, la capacità e l’ingegno.

scrivania incasinata

L’invidia è un sentimento umano e come tale non può essere negata: è falso e stupido nasconderla ma a mio parere potrebbe essere incanalata in qualcosa di più di un fiume di bile che porta ad odiare e cercare il sotterfugio.
L’invidia negativa ti fa godere dei tuoi successi solo se accompagnati dai fallimenti altrui.
L’invidia positiva, destinata nel tempo ad avere un nome più nobile, porta a farti delle domande, e conseguentemente dona lo stimolo a imparare e quindi migliorare.

Confesso di aver impiegato 30 anni a intuire questa differenza, e mi auspico che questa mia recente scoperta possa essere d’aiuto a qualcuno, anche se mi rendo conto che le nuove generazioni, composte perlopiù da paraculi avvoltoi e arrivisti (esattamente come quelle vecchie), dunque più furbi e futuri abbienti di me, non hanno certo bisogno di lezioni. Ma possono comunque trarre un endorfinico senso di piacere nel constatare di avere a che fare con chi sta –o è stato- peggio.

P.S.
Breve excursus sulle “divisioni” nel cinema: oggi le spaccature sociali proposte in pellicola sono le stesse di 30 anni fa, ma con l’aggravante della provenienza territoriale che va ad accentuare differenze di cui sinceramente si sentiva poco la mancanza ( filmoni come “Benvenuti al Nord” e “Benvenuti la Sud”, per i quali ipotizzo nel prossimo futuro dei possibili sequel: “ Torniamo al Nord che giù non si capisce quello che dicono” e per completare la saga “No, meglio il Sud perché al Nord c’è la nebbia e fa freddo e mangiano alle 19”). Insomma, devi scegliere da che parte stare e, come conseguenza, devi sentirti migliore di qualcuno. Divide et impera.

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