il delatore

Barellacci e la cena romantica

Danilo Barellacci, come tutti gli uomini, a un certo punto della sua vita ha sentito la necessità di fare una sorpresa alla sua fidanzata Giovanna detta Nina.

Volendo stupire Nina, Barellacci decise non optare per il solito inflazionato regalo da fidanzati ma piuttosto di prepararle una cena romantica. Il problema di Barellacci è che non si è mai cimentato ai fornelli in vita sua: fino a 33 anni ha vissuto a casa dei genitori, e sua madre ha sempre provveduto a cucinare per tutta la famiglia.

Certo di poter affrontare qualsiasi ostacolo culinario e abbagliato dalla maestria con cui Carlo Cracco insulta i concorrenti di Hell’s Kitchen Italia, Barellacci aveva pianificato -quasi- tutto nei minimi particolari mesi prima.

Aveva comprato su Ebay una divisa professionale da chef per una cifra mostruosa, che, a detta del venditore (tale “PeppeSola96”) era stata autografata da Gordon Ramsay in persona. Curiosamente l’autografo di Ramsey compariva sotto l’ascella destra, al nome “Gordon” mancavano le vocali e “Ramsay” era scritto con la s al posto della m.

Barellacci inoltre aveva acquistato tramite telepromozione il famoso set di coltelli “Miracle Blade III serie perfetta”. Divorato dalla curiosità, però, aveva distrutto subito quattro dei coltelli del set tentando di segare nell’ordine: un ramo sporgente dell’acero del viale sotto casa, una scatoletta di piselli (preventivamente surgelata per l’occasione), uno scarpone da montagna di suo nonno alpino e la marmitta del motorino di suo cugino Piero.

Il vero errore di Barellacci fu decidere solo il giorno della cena cosa cucinare. Essendo naturalmente avverso alla creatività e al prendere decisioni, Barellacci chiese consiglio al suo collega Sacchetta, sedicente tuttologo e chiaramente esperto cuciniere, il quale gli consigliò “due cosine semplici, facili facili che sanno fare tutti: me l’ha detto uno chef stellato!”.

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Le due cosine semplici proposte da Sacchetta erano in realtà un estratto dal menù del ristorante “Il Coccio” di Livorno Ferraris in provincia di Vercelli, il cui cuoco (un pregiudicato ex inserviente dell’Autogrill, licenziato per un ammanco di cassa di circa 200€) proponeva indicibili schifezze a cui assegnava nomi altisonanti. Questo losco personaggio aveva però acquisito una certa fama nei paesi limitrofi per essere stato cacciato con ignominia e numerosi insulti alle selezioni di Masterchef.

Ad ogni modo, il menù consigliato da Sacchetta proponeva:

  • Antipasto: Musetto di maiale fondente con nocciole di Bronte, stracciatella di bufala e pinoli piastrati
  • Primo: Spaghettone integrale risottato con ragù di frattaglie, calamari e wan ton fritti grattugiati
  • Secondo: Piccione in crosta, carciofo al mascarpone e patata al bergamotto
  • Dessert: Torta al limone “a modo mio” (Sacchetta aveva confessato che si trattava della torta al limone confezionata del Mulino Bianco, a riguardo della quale nessuno aveva mai obiettato sulla qualità)

Barellacci al maiale fondente era già completamente disorientato, e non capiva cosa il porcello avesse a che spartire con il cioccolato: nell’imbarazzo più totale, vomitò e svenne.

Quando rinvenne mancavano solo due ore alla cena: Barellacci non trovò di meglio che cercare frettolosamente su Youtube la ricetta degli spaghetti al burro e salvia. Approdato sulla home page del Tubo però, si imbatté in un video dal titolo “Er Mutanda insulta Pappalardo in diretta TV”. Barellacci si concesse qualche momento di svago, convinto di poter preparare la cena in poco tempo.

Perse vergognosamente i seguenti 118 minuti a guardare i peggiori momenti trash della TV italiana dal 1971 ad oggi, e quando Nina entrò in casa lo trovò con la giacca da chef, senza pantaloni, a visionare “Iva Zanicchi caga in studio”. Barellacci si girò, vide la faccia disgustata di Nina, non disse una sola parola e mestamente si avviò verso il bagno.

La riproduzione automatica dei video di YouTube nel frattempo aveva avviato la proiezione di “Tutta la verità su Iva Zanicchi che caga in studio”.

Conclusero la serata al McDonald’s, in un silenzio orrendo.

L’invidia, Yuppies, il successo

Ci sono punti di vista diversi per qualsiasi cosa. Forse, a volte, cambiare prospettiva è la soluzione ideale per provare a migliorare il nostro modo di pensare. Anche se, si sa, cambiare prospettiva è assai complesso, soprattutto per i forti condizionamenti mentali che la mia generazione (i “born in the 80s”) ha subito in tenera età.

Ad esempio, uno dei must della mia infanzia era il culto del successo – ricordate i film ampiamente popolari tra gli anni 80 e i 90 (era del Berlusconismo galoppante) nei quali i più abbienti, patinati di galateo e glitterati dalla fredda ostentazione della propria ricchezza venivano contrapposti ai popolani da casermone di periferia, dai modi burini ma considerati puri di cuore e scevri dalle nefandezze dell’apparire.

Lo spettatore poteva parteggiare per chi voleva, ma la realtà è che la comicità cinematografica cominciava ad aprire prepotentemente delle crepe nel tessuto sociale: o sei stronzo ma ricco (e quindi puoi vantartene) oppure sei povero ma onesto (e quindi puoi vantartene). Queste due categorie però funzionano al cinema e nelle favole ma non hanno aderenza con la realtà: si vuole in sostanza dare un valore anche a chi non ne dispone, come se uno brutto debba per forza essere simpatico o intelligente. O, per contro, uno bello debba necessariamente essere ignorante.
Ovviamente le esagerazioni proposte al cinema avevano l’obiettivo di portare lo spettatore a immedesimarsi per una fazione o per l’altra. Quindi provare simpatia per un eroe o un anti eroe era una questione di vicinanza sociale e di mentalità: se sono povero mi piaceranno gli eroi burinazzi dal cuore d’oro e se sono ricco apprezzerò i cinici supertop manager.

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“Yuppies” (filmissimo del 1986) è il trionfo dell’eighties-pensiero, per cui non importa che lavoro fai, come ragioni, se sei fedele o affidabile: basta che guadagni tanto e riesci a ostentare i tuoi guadagni. In questa pellicola il poveraccio, inteso come uomo mediano borghesuccio, non c’è. Ci sono solo i ricchi, i ricchissimi e i servi. Non a caso nella sequenza finale del film i nostri eroi sognano di poter essere un giorno come il ricco per eccellenza, Gianni Agnelli, che presumibilmente sorvola una cima innevata in elicottero. Mica su una Tipo. Gli Yuppies del film ambiscono ad avare i suoi soldi e tutto ciò che ne consegue: ambiscono a diventare dei ricconi, non importa come e perché.
È questo l’errore che a mio parere richiederebbe un cambio di prospettiva: il culto del successo è sovente confuso con il culto della ricchezza. Ciò non porta a un miglioramento delle proprie capacità o a un affinamento del proprio intelletto, ma a una ricerca smodata del modo meno faticoso per guadagnare di più.

E la filiera che ne consegue ha del tragico: guadagno –> ostento –> rimorchio (dai, finiamola con le ipocrisie: chi è ricco becca di più, da sempre) –> genero invidia –> godo nel generarla –> voglio aumentare il mio status economico e sociale perché mi accorgo che più guadagno più conosco persone più ricche di me -> provo invidia a mia volta.

Provo invidia. Già. L’errore che ho commesso e vedo commettere sempre più spesso è provare invidia per i soldi, lo status, il lusso, e non per quello che li ha generati, ossia l’intuizione, la capacità e l’ingegno.

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L’invidia è un sentimento umano e come tale non può essere negata: è falso e stupido nasconderla ma a mio parere potrebbe essere incanalata in qualcosa di più di un fiume di bile che porta ad odiare e cercare il sotterfugio.
L’invidia negativa ti fa godere dei tuoi successi solo se accompagnati dai fallimenti altrui.
L’invidia positiva, destinata nel tempo ad avere un nome più nobile, porta a farti delle domande, e conseguentemente dona lo stimolo a imparare e quindi migliorare.

Confesso di aver impiegato 30 anni a intuire questa differenza, e mi auspico che questa mia recente scoperta possa essere d’aiuto a qualcuno, anche se mi rendo conto che le nuove generazioni, composte perlopiù da paraculi avvoltoi e arrivisti (esattamente come quelle vecchie), dunque più furbi e futuri abbienti di me, non hanno certo bisogno di lezioni. Ma possono comunque trarre un endorfinico senso di piacere nel constatare di avere a che fare con chi sta –o è stato- peggio.

P.S.
Breve excursus sulle “divisioni” nel cinema: oggi le spaccature sociali proposte in pellicola sono le stesse di 30 anni fa, ma con l’aggravante della provenienza territoriale che va ad accentuare differenze di cui sinceramente si sentiva poco la mancanza ( filmoni come “Benvenuti al Nord” e “Benvenuti la Sud”, per i quali ipotizzo nel prossimo futuro dei possibili sequel: “ Torniamo al Nord che giù non si capisce quello che dicono” e per completare la saga “No, meglio il Sud perché al Nord c’è la nebbia e fa freddo e mangiano alle 19”). Insomma, devi scegliere da che parte stare e, come conseguenza, devi sentirti migliore di qualcuno. Divide et impera.

Danielle et Danielle

James Flawse sedeva al suo tavolo preferito presso il Golden Rose Inn. Si sentiva stranamente agitato, avvertiva un lieve tremore alle mani, tanto da rendergli faticoso anche un gesto solitamente gradito, e francamente semplice, quale portare il boccale di birra dalla superficie di legno scuro alle labbra. Era teso, non sapeva come iniziare il discorso. Ad ogni modo, dopo aver dato un sorso –l’ennesimo- alla sua stout, posò di nuovo il boccale sul tavolo, ed iniziò a parlare.

“Mi piacerebbe dire… bè, vedi, Danielle, è tutto davvero strano. Per me è davvero strano vivere questa situazione. Piacevole, certo, ma strano. Non mi sono mai trovato a dover parlare così. A cuore aperto, con qualcuno. E non so nemmeno perché mi sento così. Sarà che mi piaci, sarà che davvero con te sto bene. Sarà che non posso immaginare niente di meglio di te, sarà che mi piace guardare i tuoi occhi. Mi piace sbirciare nei tuoi occhi, quando non te ne accorgi, per coglierne ogni espressione. Mi piace da morire annegare nei tuoi occhi. Mi piace guardarti, mi piace tenerti la mano, mi piace stare a pochi centimetri dalla tua bocca. Mi piace vedere come ti muovi. Mi piace il modo in cui sorridi. Il tuo sorriso! Quello è un sorriso che mi regala sempre due secondi di silenzio, un piccolo brivido sotto le spalle e un’espressione inebetita dalla quale faccio così fatica a ricompormi! Un sorriso che ho minuziosamente studiato in ogni suo dettaglio, in ogni sua piccola sfumatura. Un sorriso che mi piace immaginare prima di chiudere gli occhi quando la mia testa poggia su un cuscino, di notte. E che mi piace immaginare anche dopo aver chiuso gli occhi. Il tuo è un sorriso che mi fa sorridere. Sarà che il tuo sorriso mi mette in ginocchio, mi disarma, mi fa sentire così forte, e vulnerabile al tempo stesso. Mi piace come ridi, e come porti la mano alla bocca, quasi per non scomporti. Sarà che mi piace passare la mano tra i tuoi capelli e giocarci, mi piace quando mi guardi mentre lo faccio. Sarà che sei tu. E poi i nostri momenti … Mi piace accarezzarti piano, sentire la tua pelle tremare. Mi piace sentire il tuo respiro, mi piace come si incurva la tua bocca, come le tue labbra si aprono appena. Come chiudi gli occhi, e pieghi lentamente la testa all’indietro. Mi piace stringerti forte a me, mi piace abbracciarti. Mi piace il modo in cui mi stringi, e affondi le dita nella mia schiena. Mi piace comunicarti tutta la mia passione guardandoti dritto negli occhi, e fissarti per un secondo. Un secondo che dura un’eternità, perché sento che per te è la stessa cosa. Vorrei addormentarmi con te, e poi sognarti, e poi vorrei che fossi tu a svegliarmi. No, a quel punto non potrei volere niente di più. Però mi piace pensare che per noi non ci sarà nient’altro che noi. E vorrei che fosse davvero così. Vorrei farti capire quanto vali per me, quanto ti ritengo piena di tutte quelle qualità non comuni che faccio fatica a trovare nelle persone. E infine vorrei che tu apprezzassi come sono fatto io. Sai, passo ore ad immaginare conversazioni da fare con te, e poi quando ci vediamo non riesco nemmeno a parlarti. So solo fare il cretino, cosa che a volte mi riesce anche bene. Ma vorrei dirti tante, tantissime cose.

Ma tu, Danielle, non esisti.

sedia solitaria

Tu sei una proiezione di ciò che desidero. Sei un riflesso dei miei sogni. Non sei reale. Quella che io chiamo Danielle è in realtà un ideale, non una persona. Danielle, quella vera, è una persona. Tu no. Tu sei un sogno. E non posso fare finta di niente. Danielle, la persona, è un essere umano. Danielle è un sogno, e i sogni si comportano come vorremmo si comportassero. Le persone no. Le persone hanno un passato, un presente e un futuro. I sogni sono come fotografie, immobili e coerenti con loro stessi. Mutevoli, certo, ma immobili allo stesso tempo. Vanno sempre nella direzione nella quale vorresti andassero. Le persone invece si comportano come vogliono. Sono fatte di carne, non sono minimamente oggettive, non sono in grado di discernere il bene dal male. Distinguono solo ciò che conviene da ciò che non conviene. Non sanno apprezzare, non sanno valutare. Non seguono logiche, ma istinti. Sono pezzi di carne ambulanti, che ragionano con l’apparato genitale, che non si fermano davanti a niente. E mi spiace dirlo, ma non solo i maschi ragionano così. Certo, gli uomini sono letteralmente guidati dall’istinto sessuale. Ma le donne lo sanno, vero Danielle? Tu cosa fai per evitarlo? Niente. Danielle è in grado di dire “no”. Danielle è fedele. Non al suo uomo (che cosa brutta da dire: il suo uomo), ma all’idea di portare avanti qualcosa in cui crede. Ma tu no, vero Danielle? Perché tu sei un pezzo di carne. Tu sai che davvero pochi uomini rispettano la donna con cui parlano. Soprattutto nelle età e nei contesti in cui potrebbero essere sessualmente attivi. Sai, nel mio mondo dei sogni, nel mio mondo in cui funziona tutto come vorrei, gli uomini rispettano il nono comandamento (o settimo, secondo la tradizione ebraica), e non vanno ad insidiare le donne d’altri (che cosa brutta da dire: le donne di altri). Anche solo per rispetto per altri uomini. Ah, il rispetto! Stupidaggini, oggi come oggi! Ma tu lo sai come funzionano gli uomini, vero Danielle? Sai che pur di soddisfare il proprio organo genitale gli uomini provano a fare sesso in tutte le maniere che conoscono? Anche davanti ad uno schermo se necessario. Che poi, tutto quello che passa per ila rete è rintracciabile: attenzione. Per non parlare delle modalità di interazione uomo – donna dopo mezzanotte. Roba da vergognarsi di essere uomini. E tu, Danielle, fai qualcosa per evitare tutto questo? Certo che no, perché sei un pezzo di carne. E cedi alle lusinghe.

Ma quello che mi lascia davvero esterrefatto non è tanto la fantasia nelle modalità, ma la totale mancanza di rispetto, per me, e per chi, come me, ci prova davvero ad essere diverso. Cosa credi, Danielle, sono un uomo anche io! Solo provo ad evitare di fare certe cose. Perché non ne sento il bisogno. Non ne sento il bisogno, perché accanto a me c’è Danielle. E lei sa dire “no, grazie, non ne ho bisogno. Perché c’è James accanto a me, e io lo rispetto. Ed è ciò che voglio”. Vedi, Danielle, noi non facciamo l’amore. Io e Danielle facciamo l’amore. Io e te, Danielle facciamo sesso. Ci sfoghiamo, sediamo una voglia, magari dettata dall’alcool magari dalla noia. Trombiamo, scopiamo, io ti do una perticata, un’obliterata, una botta, te lo butto, te lo picchio, ti castigo. Insomma, ti umilio. E mi umilio. Ma con Danielle è diverso. Con te, Danielle, è un’altra cosa: noi ci regaliamo piacere, ci doniamo completamente l’uno all’altra Ci soddisfiamo, perché io desidero il tuo piacere, e tu il mio. Sento il tuo affetto, e mi piace soffermami a guardarti negli occhi. C’è differenza, vero Danielle? Sempre che tu riesca a percepire la differenza. No, tu non riesci. Per te è tutto uguale. E cosa fai per farti rispettare? Niente. Non hai rispetto, né per te, e né per me. Ma non preoccuparti: non è a me che devi rispetto. Io mi esprimo a piccoli gesti, ma i piccoli gesti ti fanno fare un sorriso e basta, nella migliore delle ipotesi, e sono tanto facili da dimenticare. Mentre chi ti tocca, chi non si fa si fa scrupoli, bè, è molto più immediato. Lo capisco, è più facile, ma mi mette molta tristezza. Mi stupisco solo di come Danielle sia felice di me. Di come lei mi rispetti, mi capisca, mi coccoli, veda la differenza tra me e il resto del mondo. Capisco anche che potresti obiettare “e tu chi sei per sentirti migliore del resto del mondo?”. Nessuno. Io non sono migliore di nessuno.

Solo io ci metto tutto me stesso per assomigliare al tuo sogno. Ci provo davvero. E non c’è nulla di più bello che possa fare, per te. Per noi. E per smettere di sognare.”

James Flawse si alzò dalla sedia, poggiò una banconota sul tavolo, e uscì dal locale. Il cameriere arrivò pochi minuti dopo, e si chiese perché quel tale aveva pagato due birre, dal momento che ne aveva consumata una, ed era seduto solo al tavolo.

Una vita da persiano

Non so in quanti di voi abbiano visto il film “300”.

Ebbene, in questo film si racconta dei 300 eroici spartani guidati da re Leonida, i quali riuscirono a bloccare il potentissimo esercito persiano nel canale delle Termopili. Nel film vediamo da una parte i fieri spartani, numericamente inferiori (appunto solo 300 unità) ma fieri nel cuore e forgiati da anni di dura preparazione alla guerra, e dall’altra l’esercito persiano, che conta decine di migliaia di unità, guidato dal narciso e dispotico Serse. La cosa che più mi colpisce, in questo film come nel suo sequel “300 – L’alba di un impero”, è la facilità con cui i soldati persiani cadono sotto i colpi veloci e ben piazzati degli eroi greci. I fieri spartani colpiscono e sviscerano centinaia e centinaia di persiani per tutta la durata del film, muovendo le spade e le lance con maestria, infilzando due o tre persiani per volta. Parano un colpo, uccidono un soldato, parano un altro colpo, poi uccidono di nuovo, poi schivano, saltano, deviano, e nel frattempo uccidono. Nel film uno spartano è in grado di uccidere decine di persiani così, come se nulla fosse. Sono fieri, gli spartani. Sono forti e coraggiosi.

Ma anche i persiani lo sono – o dovrebbero esserlo- altrimenti verrebbe meno l’eroicità dell’impresa. Invece quello che vediamo va nella direzione opposta: i soldati persiani alzano le spade sopra la testa con una lentezza disarmante, lasciano il tempo all’eroe greco di colpire, schivare e colpire di nuovo. I soldati persiani si scoprono, non tengono alta la guardia, non hanno il senso della posizione e in alcuni casi portano la maschera, tanto per essere tutti uguali e non distinguibili.

300 una vita da persiano
I soldati persiani, nel film, servono solo alla gloria degli spartani. Non si vedono nemmeno in volto, tanto che sono inutili al fine della trama. Dovrebbero rappresentare la forza che invade, ma rappresentano solo dei fantocci inutili sul quale il possente Leonida sfoga la sua rabbia, e dà sfoggio di tutta la sua maestria in combattimento. Ma noi spettatori sappiamo del background di Leonida, sappiamo le sue motivazioni, conosciamo i generali spartani, conosciamo il loro valore e il loro addestramento. Ma non conosciamo nulla dei soldati persiani. Anche loro – si suppone – hanno avuto un addestramento, anche loro dovrebbero aver avuto una certa maestria. Anche loro saranno stati bambini, avranno anche loro avuto una madre, una famiglia, dei sogni. Sono piuttosto sicuro che il giovane soldato persiano non aveva però il sogno di diventare “uno dei centomila massacrati dagli spartani, senza gloria alcuna e con il volto coperto da una maschera”.
Sono certo che il soldato persiano avesse delle ambizioni, concrete e vere, che però lo spettatore non è nemmeno degno di sapere. Allo spettatore devono interessare solo le gesta del re e dei suoi prediletti 300, non dei poveri coglioni che vanno a farsi macellare per la fama altrui.

Deve essere dura la vita del soldato persiano, lento, impacciato, apparentemente privato di qualsiasi capacità, dalla personalità inesistente, senza passato e senza futuro, destinato al massacro senza gloria.

Ecco, ultimamente mi sento come un soldato persiano in quel film. Esautorato dei miei sogni e della mia personalità, in attesa di una probabile conclusione poco gloriosa che arriverà per mano di chi è destinato ad essere Protagonista, senza aver compiuto nulla di concreto.

Con buona pace dei Leonida, di quelli che si sentono spartani e di quelli che hanno in mano la regia e il montaggio.

La sessione di studio in biblioteca

Ai tempi dell’università ero solito frequentare più biblioteche che discoteche.
Non che fossi un secchione: ero, sono e rimarrò un ignorante, almeno nel senso socratico del termine. Ciononostante venivo spesso coinvolto in quelle che vengono spesso definite dagli studenti “sessioni di studio in biblio”. Ebbene, lungi dal voler generalizzare (ogni tanto in biblioteca si studia davvero), posso asserire con una certa sicurezza che di studio in quelle sessioni c’era ben poco. Solitamente la sessione di studio in biblio vive di tre macro fasi, che ora andrò a schematizzare:

Fase 1: La buona volontà (ovvero: io ci ho provato, ma lo Spirito Santo non mi ha dato una mano)

  • “Vado in biblio. Oggi devo almeno arrivare al capitolo 8, sono 300 pagine, ma sì, ce la posso fare, nella prima ora faccio 50/70 pagine, poi ripasso gli appunti e riprendo”.
  • Approdo in biblioteca (di solito ad un orario piuttosto lontano da quello che si definirebbe comunemente presto), scouting preliminare per trovare un posto libero nei banchi comuni.
  • Sorrisone felice nel constatare che seduta al tavolo c’è Chiara di Lingue, Francesca di Lettere, Marco di Filosofia (che sta dormendo dopo una serata impegnativa al pub), Chicca di Lingue pure lei, Esmeralda (che non parla italiano e nessuno ha ancora capito cosa studia, però è gnocca), Carlotta di Beni Culturali (intenta a decifrare un’iscrizione rupestre egizia) e Luca di Comunicazioni (che sta decifrando la confezione -pardon, il packaging- di una merendina). Dopo un fugace saluto a tutti ci si sistema in un posto vuoto. Molto bene, oggi si studia meglio: siamo in compagnia.
  • Passano dagli 8 ai 15 minuti, giusto il tempo di disporre libro, matita ed evidenziatore sul tavolo, scegliere la playlist quando Luca e Marco si alzano dai banchi, fanno un cenno vagamente familiare: portano il pollice e l’indice unti verso le labbra. Si riconosce il gesto internazionale del caffè espresso. L’intera combriccola di amici si alza e si dirige verso l’uscita.
  • Segue pausa caffè al bar strategicamente posto a due passi dalla biblioteca. “Ma sì, lascio i libri qui sul tavolo, 5 minuti e torno su. Il tempo di un caffè, magari una sigaretta e torno in piena operatività”.

 

ragazza che studia in biblioteca

Fase 2: Un caffè, poi riprendo (ovvero: la mia concezione del tempo è a rischio dilatazione)

  • In religioso silenzio si esce dalla biblioteca.
  • Finalmente tutti fuori si commenta la materia che -presumibilmente- si sta studiando, compatendosi vicendevolmente per l’incombere dell’esame. Di solito si usano frasi standardizzate, tipo “Ho l’esame tra due giorni, sarà il caso di cominciare a studiare?” oppure per i più volenterosi “Ma sì, che hai una sfilza di 30 e lode! Non studiare neanche!”
  • Dopo pochi passi si giunge al suddetto bar, gestito da persone baciate dalla grazia di Dio (“se qui vicino non ci fosse la biblioteca saremmo già falliti”) ci si siede ai tavolini fuori (nella bella stagione) e si ordina qualcosa.
  • Si inizia a discutere.
  • Carlotta passa il tempo tra Facebook e Instagram hashtaggando qualsiasi cosa, trovando degli evidenti rimandi tra il suo lavoro di catalogazione dei geroglifici e la corretta posizione dei cancelletti prima delle #parole.
  • Chiara e Chicca commentano l’assistente di francese, Francesca non si capacita della mancata convocazione di Baggio ai mondiali del 2002 (cosa questa che suscita sincera stima nei maschietti presenti), per poi tornare con la mente al Pascoli di cui sta analizzando i lavori.
  • Luca tenta invano di spiegare agli altri che quello che studia è una cosa seria, Marco non ci prova neanche, avvolto da un’aura di silente spiritualità che solo i filosofi possono comprendere. Esmeralda ride per tutto il tempo senza capire un cazzo di quello che hanno detto gli altri, ma non importa, tanto è gnocca.
  • Passano 3 o 4 ore, durante le quali si sono consumati a cranio un caffè, due Estathè, una brioche e a seconda dei giorni e dell’orario, due o tre Spritz.
  • Serpeggia un agrodolce sospetto: probabilmente si è fatto tardi.

 

Fase 3: Cos’ho imparato oggi? (ovvero: chissenefrega?! Tanto l’esame è tra un mese!)

  • Si rientra in biblioteca con un po’ di stanchezza addosso mormorando frasi di circostanza (“Quasi quasi riprendo a studiare”) alternate a prese di coscienza che somigliano molto a dichiarazioni di colpevolezza (“E anche oggi non abbiamo combinato un cazzo”).
  • Nel rimettere i libri e gli appunti in borsa si riflette sul valore del tempo speso durante le 3 ore precedenti, e, in un misto di soddisfazione e rimpianto, ci si avvia silenziosi verso l’uscita.
  • Davanti alla porta d’ingresso della biblioteca ci si guarda tutti negli occhi per un paio di secondi che sembrano interminabili. È quello il momento in cui qualcuno dovrebbe avere il coraggio di ammettere che quella giornata non è servita a niente; ci si rende però conto che non è vero: stare insieme, studiare (poco) e socializzare (tanto) significa tutto tranne che perdere tempo.
  • Luca rompe il silenzio: “vabè, anche oggi è andata… stasera ci beviamo una birretta?”
  • La combriccola accetta entusiasta l’idea: Marco si sveglia dal suo torpore, Chiara e Chicca propongono l’Erasmus party (con la scusa del multilinguismo), Carlotta è un po’ titubante all’inizio, ma ci vuole poco a convincerla. E poi c’è Esmeralda: annuisce e ride, come al solito. L’importante è accertarsi che abbia capito dove ci troveremo questa sera: è troppo gnocca per essere lasciata a casa.
  • Lo studio può attendere, tanto domani pomeriggio ci troviamo di nuovo in biblio, no? E in fondo non c’è fretta, l’esame è tra un mese!

10 modi di dire “NO”

Dire di no sembra facile ma non lo è affatto: per i più buoni o i più stupidi che non dicono mai di no, ma anche per coloro che sospettano che dietro a un “no” si nasconda altro, ho stilato questa lista. Questi sono i 10 modi più diffusi in cui la gente dice di no.

1. Declinare cortesemente una richiesta.
“Mi presti 1000 euro?”
“Mi spiace, purtroppo non sono in grado di farti questo favore.”

2. Dire di no annettendo però una giustificazione.
“Mi presti 1000 euro?”
“No, non dispongo di tale cifra.”

3. Dire di no senza giustificarsi.
“Mi presti 1000 euro?”
“No.”

4. Dire di no esplicitando il pensiero che si cela dietro al diniego.
“Mi presti 1000 euro?”
“No… stai scherzando, vero?”

5. Dire di no rivelando il VERO pensiero che si cela dietro al diniego.
“Mi presti 1000 euro?”
“No! Ma sei stupido o cosa? Figuriamoci se vengo a prestare dei soldi a te, con quella faccia da culo che ti ritrovi! ”

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6. Dire di no accampando scuse credibili.
“Mi presti 1000 euro?”
“No, purtroppo non sono in grado di prelevare dal mio conto questo mese: ho superato il massimale.”

7. Dire di no accampando scuse piuttosto improbabili.
“Mi presti 1000 euro?”
“No, sfortunatamente per questo mese non sono in grado di accedere al mio conto, c’è stata un’invasione di cavallette presso la filiale della mia banca.”

8. Dire di no accampando scuse decisamente improbabili.
“Mi presti 1000 euro?”
“No, purtroppo ho una rara malattia, si chiama sindrome del numero che viene dopo il 6 ma prima dell’8. Questa terribile patologia mi impedisce di scrivere, pronunciare o anche solo premere un pulsante che raffiguri quel numero lì, che sicuramente tu avrai capito. Per questo non posso digitare il mio pin al bancomat, dato che contiene proprio quel numero lì.”

9. Dire di no accampando scuse che coinvolgono la sfera dell’extraterreno e/o del paranormale.
“Mi presti 1000 euro?”
“No. Zug, l’imperatore del pianeta Blurg-06 dal quale -come tu ben sai- provengo, ha impedito a tutti i suoi sudditi di elargire prestiti. Posso forse contravvenire ad una legge intergalattica? E comunque lo zombie che vive nel mio giardino me li ha chiesti prima di te.”

10. Dire di no accusando l’altro di abusare del nostro buon cuore.
“Mi presti un attimo la matita?”
“Certo, adesso vorresti anche la matita. Non ti è bastato chiedermi 9000 euro?! Senza neanche un per favore!  Non ti sembra di esagerare? Stronzo!”

Hot or …what?

L’altro giorno ho assistito a un incredibile esperimento sociologico. E, mio malgrado, ne sono stato co-protagonista. È stato talmente sensazionale che ho aspettato alcune settimane per raccontarvelo, ho dovuto approfondire con me stesso tutti gli spunti di riflessione che il suddetto esperimento ha sollevato nella mia testa, fin troppo propensa all’auto erotismo mentale.

Ma andiamo con ordine.

Recentemente sono venuto a conoscenza di un’app per smartphone dal nome “Hot or not”. I più giovani o i più soli o i più… bisognosi di contatto umano la conosceranno già, ma per coloro che per un motivo o per l’altro non la conoscono, vado a spiegarne per punti il funzionamento.

1- Ci si iscrive.
2- Si accede al proprio profilo: si indica il nome (o nickname), la data di nascita, il sesso e la città in cui ci si trova.
3- Si sceglie una foto. Una foto in cui preferibilmente si è venuti bene. Se si è dotati di addominali stile WWE o lineamenti da fotomodello, bè, meglio che li metta in mostra.
4- Si comincia a visualizzare una serie di foto di altri utenti (secondo i propri gusti: data la mia eterosessualità ho scelto di vedere solo foto di ragazze). Sotto ogni foto sono presenti due tasti enormi, uno con un cuore e uno con una X.
5- Come i più sagaci avranno già capito, si esprime il proprio gradimento selezionando il tasto cuore, il proprio disinteresse selezionando il tasto X.
6- Volendo si può interagire con gli altri utenti iniziando una chat.
7- Fine.

Come sono venuto a conoscenza di questa app? Parlando con una ragazza, mia amica, la quale, dovo avermi elencato le principali features (inglesismo a caso) di Hot or not, decide di installarla. Io la seguo a ruota.

Al via l’esperimento sociologico.

-Ore 23
Io e la ragazza (che per convenzione chiameremo Cloe) installiamo l’app sui nostri smartphone.

-Ore 23.04
I settings (altro inglesismo a caso) dei nostri profili sono pronti, entrambi siamo ufficialmente iscritti.

-Ore 23.05
Cloe riceve una notifica, qualcosa del tipo “complimenti, hai appena sbloccato un badge: il tuo profilo sta avendo successo”.

Il mio smartphone giace silenzioso sul tavolo. Niente notifiche per me.

-Ore 23.05 (un paio di secondi dopo)
Cloe riceve un’altra notifica: “Tizio X ti ha inviato un messaggio”.

Il mio smartphone giace silenzioso sul tavolo del pub. Ancora nessuna notifica per me: controllo se la connessione è attiva. Lo è. Niente notifiche per me.

-Ore 23.06
Cloe riceve una terza notifica: “Tizio Y ti ha inviato un messaggio”.

-Il mio smartphone giace silenzioso sul tavolo di legno consumato del pub, come un monolitico simbolo della fredda tecnologia che si erge in mezzo ad un mare di assordante silenzio. Il silenzio delle notifiche. Niente notifiche per me.

-Cloe disinstalla l’app a fine serata (o almeno così asserisce).

-Io per le seguenti due settimane mantengo installata l’applicazione sullo smartphone: niente notifiche. Neanche una. Neanche un misero cuoricino.

-Al ventesimo giorno ho disinstallato l’app per evitare un attacco di depressione.

hot or fail

Hot or… fail?

 

Fine dell’esperimento sociologico: al via le considerazioni.

Non esiterei a descrivere la ragazza che mi ha introdotto nel mondo di “Hot or not” (e quindi della depressione, seppur passeggera) come carina e attraente, ma la differenza che intercorre tra me e gli altri utenti dell’app è che io, seppur in maniera marginale, conosco la ragazza in questione. Io SO perché -per me- Cloe è attraente. E tra i mille motivi che non starò qui ad elencare (c’è il rischio che legga questo articolo, mi imbarazzerebbe) i principali non hanno nulla a che fare con ciò che lei mostra in fotografia.

Ecco perché la mia depressione, passeggera solo fino a poche righe fa, si mostra un po’ più grave del previsto: io posso ritenere Cloe una persona fantastica, ma lei non lo saprà mai. Potrà forse solo immaginare che io la ritengo carina e attraente, ma potrebbe anche pensare che la mia opinione di lei sia molto bassa. Potrebbe pensare che io la ritenga una stronza viziata, oppure una persona fantastica e meravigliosa. O qualcosa in mezzo tra le due. Chi lo sa, non credo di averglielo mai detto. E di certo non in chat.

Ma se io non conoscessi Cloe e la contattassi in chat scegliendo di interagire con lei solo dopo aver visionato le sue foto, per dirle che è fantastica e meravigliosa, farei nascere in lei il legittimo dubbio che io la stia contattando solo perchè mi piacciono i suoi occhi o i suoi capelli. Di certo io, Utente Generico di Hot or Not, non posso esprimermi sui motivi REALI che fanno di Cloe una persona fantastica e meravigliosa: posso esprimermi sui tratti del viso, sul suo corpo, o più in generale sulla qualità della foto.

Siamo seri: nessuno contatterebbe mai una ragazza su un’app del genere per dire “complimenti per la qualità fotografica: la sapiente scelta dei filtri esalta questa o quella parte di te appianando al contempo lo sfondo circostante”. Potrebbe essere una buona frase d’aggancio, ma poco più. Dunque io, Utente Generico, apprezzerei la foto di Cloe. Non Cloe. Oppure, da perfetto uomo italico, semplicemente apprezzerei i suoi tratti somatici. E dico tratti somatici perchè voglio comportarmi da signore: è risaputo che gli uomini quando vedono una donna appena decente secondo gli standard del Drive In (per i nati tra i ’70 e gli ’80) e di Studio Aperto (dagli ’80 in avanti) sbavano, gonfiano il petto, fanno i cascamorti e (per i nativi digitali) cliccano “like”. Smoccolando frasi da perfetti gentlemen quali “cazzo che gnocca!”.

Fine delle considerazioni: al via le seghe mentali.

Cloe ha ricevuto un sacco di apprezzamenti (o cuoricini), io nemmeno uno. Mi piace pensare che questo sia dovuto al mio sesso. Mi piace pensare che il motivo per cui in nemmeno un minuto Cloe è stata contattata da un paio di persone e io da nessuno in due settimane sia semplicemente perchè lei è una donna e io un uomo. Mi piace pensare che quella sia un’applicazione per Pierini rincoglioniti con gli ormoni a mille, dimenticandomi per un attimo che anche io, sulla soglia dei trent’anni, non scherzo in quanto a danze ormonali. Mi piace pensare che non sia tutto così semplice, nelle relazioni uomo-donna: cuoricino o X, dentro o fuori, “per me è sì, per me è no”. Mi piace pensare che il mio aspetto (al netto di ogni dubbio, non particolarmente attraente ma nemmeno repellente) non c’entri.

Mi piace pensare che le cose belle succedono, magari col tempo, senza la fretta di un’app il cui fondamento è la velocità di scelta. Mi piace pensare che, se mai trovassi una persona fantastica e meravigliosa, aspetterei il momento giusto per dirglielo. Magari ci vorrà un giorno, magari un mese, forse un anno: dovrebbe essere il momento giusto però. Mi piace pensare di essere un romantico, a mio modo. Mi piace pensare. Hot or not.

 

P.S.

Mi piace tantissimo cercare scuse.