Danielle et Danielle

James Flawse sedeva al suo tavolo preferito presso il Golden Rose Inn. Si sentiva stranamente agitato, avvertiva un lieve tremore alle mani, tanto da rendergli faticoso anche un gesto solitamente gradito, e francamente semplice, quale portare il boccale di birra dalla superficie di legno scuro alle labbra. Era teso, non sapeva come iniziare il discorso. Ad ogni modo, dopo aver dato un sorso –l’ennesimo- alla sua stout, posò di nuovo il boccale sul tavolo, ed iniziò a parlare.

“Mi piacerebbe dire… bè, vedi, Danielle, è tutto davvero strano. Per me è davvero strano vivere questa situazione. Piacevole, certo, ma strano. Non mi sono mai trovato a dover parlare così. A cuore aperto, con qualcuno. E non so nemmeno perché mi sento così. Sarà che mi piaci, sarà che davvero con te sto bene. Sarà che non posso immaginare niente di meglio di te, sarà che mi piace guardare i tuoi occhi. Mi piace sbirciare nei tuoi occhi, quando non te ne accorgi, per coglierne ogni espressione. Mi piace da morire annegare nei tuoi occhi. Mi piace guardarti, mi piace tenerti la mano, mi piace stare a pochi centimetri dalla tua bocca. Mi piace vedere come ti muovi. Mi piace il modo in cui sorridi. Il tuo sorriso! Quello è un sorriso che mi regala sempre due secondi di silenzio, un piccolo brivido sotto le spalle e un’espressione inebetita dalla quale faccio così fatica a ricompormi! Un sorriso che ho minuziosamente studiato in ogni suo dettaglio, in ogni sua piccola sfumatura. Un sorriso che mi piace immaginare prima di chiudere gli occhi quando la mia testa poggia su un cuscino, di notte. E che mi piace immaginare anche dopo aver chiuso gli occhi. Il tuo è un sorriso che mi fa sorridere. Sarà che il tuo sorriso mi mette in ginocchio, mi disarma, mi fa sentire così forte, e vulnerabile al tempo stesso. Mi piace come ridi, e come porti la mano alla bocca, quasi per non scomporti. Sarà che mi piace passare la mano tra i tuoi capelli e giocarci, mi piace quando mi guardi mentre lo faccio. Sarà che sei tu. E poi i nostri momenti … Mi piace accarezzarti piano, sentire la tua pelle tremare. Mi piace sentire il tuo respiro, mi piace come si incurva la tua bocca, come le tue labbra si aprono appena. Come chiudi gli occhi, e pieghi lentamente la testa all’indietro. Mi piace stringerti forte a me, mi piace abbracciarti. Mi piace il modo in cui mi stringi, e affondi le dita nella mia schiena. Mi piace comunicarti tutta la mia passione guardandoti dritto negli occhi, e fissarti per un secondo. Un secondo che dura un’eternità, perché sento che per te è la stessa cosa. Vorrei addormentarmi con te, e poi sognarti, e poi vorrei che fossi tu a svegliarmi. No, a quel punto non potrei volere niente di più. Però mi piace pensare che per noi non ci sarà nient’altro che noi. E vorrei che fosse davvero così. Vorrei farti capire quanto vali per me, quanto ti ritengo piena di tutte quelle qualità non comuni che faccio fatica a trovare nelle persone. E infine vorrei che tu apprezzassi come sono fatto io. Sai, passo ore ad immaginare conversazioni da fare con te, e poi quando ci vediamo non riesco nemmeno a parlarti. So solo fare il cretino, cosa che a volte mi riesce anche bene. Ma vorrei dirti tante, tantissime cose.

Ma tu, Danielle, non esisti.

sedia solitaria

Tu sei una proiezione di ciò che desidero. Sei un riflesso dei miei sogni. Non sei reale. Quella che io chiamo Danielle è in realtà un ideale, non una persona. Danielle, quella vera, è una persona. Tu no. Tu sei un sogno. E non posso fare finta di niente. Danielle, la persona, è un essere umano. Danielle è un sogno, e i sogni si comportano come vorremmo si comportassero. Le persone no. Le persone hanno un passato, un presente e un futuro. I sogni sono come fotografie, immobili e coerenti con loro stessi. Mutevoli, certo, ma immobili allo stesso tempo. Vanno sempre nella direzione nella quale vorresti andassero. Le persone invece si comportano come vogliono. Sono fatte di carne, non sono minimamente oggettive, non sono in grado di discernere il bene dal male. Distinguono solo ciò che conviene da ciò che non conviene. Non sanno apprezzare, non sanno valutare. Non seguono logiche, ma istinti. Sono pezzi di carne ambulanti, che ragionano con l’apparato genitale, che non si fermano davanti a niente. E mi spiace dirlo, ma non solo i maschi ragionano così. Certo, gli uomini sono letteralmente guidati dall’istinto sessuale. Ma le donne lo sanno, vero Danielle? Tu cosa fai per evitarlo? Niente. Danielle è in grado di dire “no”. Danielle è fedele. Non al suo uomo (che cosa brutta da dire: il suo uomo), ma all’idea di portare avanti qualcosa in cui crede. Ma tu no, vero Danielle? Perché tu sei un pezzo di carne. Tu sai che davvero pochi uomini rispettano la donna con cui parlano. Soprattutto nelle età e nei contesti in cui potrebbero essere sessualmente attivi. Sai, nel mio mondo dei sogni, nel mio mondo in cui funziona tutto come vorrei, gli uomini rispettano il nono comandamento (o settimo, secondo la tradizione ebraica), e non vanno ad insidiare le donne d’altri (che cosa brutta da dire: le donne di altri). Anche solo per rispetto per altri uomini. Ah, il rispetto! Stupidaggini, oggi come oggi! Ma tu lo sai come funzionano gli uomini, vero Danielle? Sai che pur di soddisfare il proprio organo genitale gli uomini provano a fare sesso in tutte le maniere che conoscono? Anche davanti ad uno schermo se necessario. Che poi, tutto quello che passa per ila rete è rintracciabile: attenzione. Per non parlare delle modalità di interazione uomo – donna dopo mezzanotte. Roba da vergognarsi di essere uomini. E tu, Danielle, fai qualcosa per evitare tutto questo? Certo che no, perché sei un pezzo di carne. E cedi alle lusinghe.

Ma quello che mi lascia davvero esterrefatto non è tanto la fantasia nelle modalità, ma la totale mancanza di rispetto, per me, e per chi, come me, ci prova davvero ad essere diverso. Cosa credi, Danielle, sono un uomo anche io! Solo provo ad evitare di fare certe cose. Perché non ne sento il bisogno. Non ne sento il bisogno, perché accanto a me c’è Danielle. E lei sa dire “no, grazie, non ne ho bisogno. Perché c’è James accanto a me, e io lo rispetto. Ed è ciò che voglio”. Vedi, Danielle, noi non facciamo l’amore. Io e Danielle facciamo l’amore. Io e te, Danielle facciamo sesso. Ci sfoghiamo, sediamo una voglia, magari dettata dall’alcool magari dalla noia. Trombiamo, scopiamo, io ti do una perticata, un’obliterata, una botta, te lo butto, te lo picchio, ti castigo. Insomma, ti umilio. E mi umilio. Ma con Danielle è diverso. Con te, Danielle, è un’altra cosa: noi ci regaliamo piacere, ci doniamo completamente l’uno all’altra Ci soddisfiamo, perché io desidero il tuo piacere, e tu il mio. Sento il tuo affetto, e mi piace soffermami a guardarti negli occhi. C’è differenza, vero Danielle? Sempre che tu riesca a percepire la differenza. No, tu non riesci. Per te è tutto uguale. E cosa fai per farti rispettare? Niente. Non hai rispetto, né per te, e né per me. Ma non preoccuparti: non è a me che devi rispetto. Io mi esprimo a piccoli gesti, ma i piccoli gesti ti fanno fare un sorriso e basta, nella migliore delle ipotesi, e sono tanto facili da dimenticare. Mentre chi ti tocca, chi non si fa si fa scrupoli, bè, è molto più immediato. Lo capisco, è più facile, ma mi mette molta tristezza. Mi stupisco solo di come Danielle sia felice di me. Di come lei mi rispetti, mi capisca, mi coccoli, veda la differenza tra me e il resto del mondo. Capisco anche che potresti obiettare “e tu chi sei per sentirti migliore del resto del mondo?”. Nessuno. Io non sono migliore di nessuno.

Solo io ci metto tutto me stesso per assomigliare al tuo sogno. Ci provo davvero. E non c’è nulla di più bello che possa fare, per te. Per noi. E per smettere di sognare.”

James Flawse si alzò dalla sedia, poggiò una banconota sul tavolo, e uscì dal locale. Il cameriere arrivò pochi minuti dopo, e si chiese perché quel tale aveva pagato due birre, dal momento che ne aveva consumata una, ed era seduto solo al tavolo.

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Lockhart il fiero cavaliere errante (il racconto contiene un’allegoria)

C’era una volta un cavaliere errante di nome Lockhart, girovago per il regno alla ricerca di una damigella a cui donare il suo amore. Un giorno incontrò la principessa Daribel, la giovane figlia del re. Daribel emanava un’immacolata bellezza che illuminava la sua figura conferendole un’aura di candida purezza. Un giorno la principessa venne rapita, e Lockhart, il quale non aveva ancora avuto la possibilità di parlare con Daribel ma che le aveva già idealmente consegnato il suo cuore, si mise subito in viaggio per andarla a salvare. Per il cavaliere Daribel era tutto: si erano incontrati una sola volta e si erano scambiati solo un fugace sguardo; ma era uno sguardo di quelli che bruciano lo spirito e infiammano il petto. Non si erano mai parlati, ed effettivamente nemmeno conosciuti, ma l’amore che Lockhart provava era ben superiore a queste circostanze: lui doveva andarla a salvare e condividere con lei il suo amore. Il viaggio era lungo e pieno di ostacoli, ma Lockhart sconfiggeva draghi terribili con un solo colpo di spada, uccideva malvagi giganti senza battere ciglio e sbaragliava spietati orchi senza fatica alcuna, se non quella di pulire la sua spada luminosa e la sua lucente armatura d’argento dal sangue delle sue vittime. Era così forte il suo senso di giustizia e lui era così determinato a raggiungere il suo obiettivo che nemmeno sentiva il peso delle battaglie con i suoi numerosi e mostruosi nemici. Raggiungere Daribel e poter guardare ancora una volta gli occhi di quell’angelo che l’avevano fatto innamorare: quegli occhi non potevano che appartenere ad un’entità pura, libera da qualsiasi passione umana.

Mostri e nemici continuavano a cadere come deboli arbusti sotto i colpi della sua spada, brandita dalla sua mano ferma e sicura. Lockhart arrivò così davanti alla fortezza in cui era prigioniera Daribel. Lo stile del cavaliere con la spada era impeccabile, e i brutali fendenti d’ascia dei due rozzi guardiani dell’ingresso non riuscirono nemmeno a sfiorarlo. I bruti cadevano di fronte alla fermezza di Lockhart e alla sua spada lucente. Veloce così si diresse verso il sotterraneo della fortezza, in direzione della cella in cui era prigioniera Daribel. Si sbarazzò di altri due barbari di guardia e con un colpo preciso spezzò il lucchetto che bloccava l’ingresso alla cella. Entrò di corsa, ma scoprì con disappunto che la principessa era stata spostata altrove, forse in previsione dell’arrivo del cavaliere, e nella cella erano rimasti solo alcuni effetti personali di Daribel, tra cui il suo diario. Lockhart, ancora con la spada in mano, con la sua postura fiera, cominciò a leggere il diario dell’anima pura per cui era stata fatta tanta fatica ed era stato versato tanto sangue. Egli voleva leggere le parole del suo angelo, di Daribel, per comprendere ancor meglio quanto fosse immacolata, quanto il suo amore fosse forte e ricambiato.

Lockhart il cavaliere

Ma ebbe una brutta sorpresa. Dalle parole scritte su quel diario, pare che la bella Daribel, pur pensando spesso a Lockhart, era solita, nelle lunghe notti di prigionia, intrattenere relazioni carnali con i bifolchi guardiani delle celle. Lockhart cominciò a tremare, cadde sulle ginocchia, e il suo cuore iniziò a battere come un martello. Quella che prima era un’indistruttibile armatura d’argento si era trasformata in un ammasso di ferraglia arrugginita, e ora Lockhart aveva difficoltà persino a camminare. Si sentiva spaesato, inadeguato, inutile, e non più all’altezza della sua impresa. In lontananza si sentiva il vociare di una guardia. Lockhart si affacciò fuori dalla cella e vide il suddetto guardiano: si trattava di un omuncolo grassottello, basso e incapace di brandire un’arma. Lockhart fece due passi per andargli incontro e combatterlo, ma il terrore si era ormai impossessato di lui. Non era nemmeno più in grado di ragionare, e in quel momento anche affrontare quell’insulso nemico gli sembrava un’impresa impossibile. Ancora col cuore che batteva all’impazzata  Lockhart gettò a terra la sua spada, che si spezzò, diede le spalle alla guardia e si mise a correre, scappando via.

Mentre correva fuori dalla fortezza, Lockhart non riusciva a darsi pace: dov’era la purezza di quell’angelo?  Era davvero una angelo? O forse, come la realtà impone, anche Daribel era solo un essere umano? Lockhart scappò dal regno, e non rivide più quello che nei suoi sogni era stato il suo Amore.

Una vita da persiano

Non so in quanti di voi abbiano visto il film “300”.

Ebbene, in questo film si racconta dei 300 eroici spartani guidati da re Leonida, i quali riuscirono a bloccare il potentissimo esercito persiano nel canale delle Termopili. Nel film vediamo da una parte i fieri spartani, numericamente inferiori (appunto solo 300 unità) ma fieri nel cuore e forgiati da anni di dura preparazione alla guerra, e dall’altra l’esercito persiano, che conta decine di migliaia di unità, guidato dal narciso e dispotico Serse. La cosa che più mi colpisce, in questo film come nel suo sequel “300 – L’alba di un impero”, è la facilità con cui i soldati persiani cadono sotto i colpi veloci e ben piazzati degli eroi greci. I fieri spartani colpiscono e sviscerano centinaia e centinaia di persiani per tutta la durata del film, muovendo le spade e le lance con maestria, infilzando due o tre persiani per volta. Parano un colpo, uccidono un soldato, parano un altro colpo, poi uccidono di nuovo, poi schivano, saltano, deviano, e nel frattempo uccidono. Nel film uno spartano è in grado di uccidere decine di persiani così, come se nulla fosse. Sono fieri, gli spartani. Sono forti e coraggiosi.

Ma anche i persiani lo sono – o dovrebbero esserlo- altrimenti verrebbe meno l’eroicità dell’impresa. Invece quello che vediamo va nella direzione opposta: i soldati persiani alzano le spade sopra la testa con una lentezza disarmante, lasciano il tempo all’eroe greco di colpire, schivare e colpire di nuovo. I soldati persiani si scoprono, non tengono alta la guardia, non hanno il senso della posizione e in alcuni casi portano la maschera, tanto per essere tutti uguali e non distinguibili.

300 una vita da persiano
I soldati persiani, nel film, servono solo alla gloria degli spartani. Non si vedono nemmeno in volto, tanto che sono inutili al fine della trama. Dovrebbero rappresentare la forza che invade, ma rappresentano solo dei fantocci inutili sul quale il possente Leonida sfoga la sua rabbia, e dà sfoggio di tutta la sua maestria in combattimento. Ma noi spettatori sappiamo del background di Leonida, sappiamo le sue motivazioni, conosciamo i generali spartani, conosciamo il loro valore e il loro addestramento. Ma non conosciamo nulla dei soldati persiani. Anche loro – si suppone – hanno avuto un addestramento, anche loro dovrebbero aver avuto una certa maestria. Anche loro saranno stati bambini, avranno anche loro avuto una madre, una famiglia, dei sogni. Sono piuttosto sicuro che il giovane soldato persiano non aveva però il sogno di diventare “uno dei centomila massacrati dagli spartani, senza gloria alcuna e con il volto coperto da una maschera”.
Sono certo che il soldato persiano avesse delle ambizioni, concrete e vere, che però lo spettatore non è nemmeno degno di sapere. Allo spettatore devono interessare solo le gesta del re e dei suoi prediletti 300, non dei poveri coglioni che vanno a farsi macellare per la fama altrui.

Deve essere dura la vita del soldato persiano, lento, impacciato, apparentemente privato di qualsiasi capacità, dalla personalità inesistente, senza passato e senza futuro, destinato al massacro senza gloria.

Ecco, ultimamente mi sento come un soldato persiano in quel film. Esautorato dei miei sogni e della mia personalità, in attesa di una probabile conclusione poco gloriosa che arriverà per mano di chi è destinato ad essere Protagonista, senza aver compiuto nulla di concreto.

Con buona pace dei Leonida, di quelli che si sentono spartani e di quelli che hanno in mano la regia e il montaggio.

Cara italia…

Come mi piacerebbe essere fiero di essere italiano!

Purtroppo però non riesco ad esserlo: questo paese delude le aspettative e ribolle di fallimenti. Gli italiani sono sempre meno italiani e sempre più vuoti, trasformati in automi non pensanti colpiti nelle menti da anni e anni di sbiancamento mentale.

La fregatura è che questo paese da tempo ci ha fatto odiare i sacrifici, ci ha innestato nella mente delle dinamiche causa-effetto sbagliate, ma così sbagliate da far inorridire chiunque sia dotato di senno. Ci ha fatto accettare che il buono perde e il cattivo vince, ci ha fatto digerire la corruzione, ci ha fatto abituare alle ingiustizie, ci ha fatto cambiare idea sui valori della vita e ci ha fatto invidiare persone davvero poco invidiabili. Ci ha mostrato come funziona la meritocrazia: il manager che fallisce merita non solo una barca di soldi ma anche un nuovo impiego, magari anche più prestigioso e meglio retribuito, mentre noi stupidi onesti non possiamo permetterci di abbassare mai la guardia.

Italia_giù

Questo paese ci ha fatto andare di traverso la voglia di fare, ci ha fatto pensare che i Balotelli di turno siano davvero modelli da seguire, con la loro spocchia, la loro superbia, i loro soldi ostentati con arroganza, la loro voglia di spaccare il mondo e, peggio ancora, le possibilità che hanno di farlo davvero.

Questo paese ci ha fatto ormai capire che la gran parte dei politicanti è composta da mentecatti, che non sono solo disonesti, ma non si preoccupano nemmeno più di mantenere le loro malefatte nascoste: ci sbattono in faccia ingiustizie e assurdità etiche ogni maledetto giorno, costringono noi stupidi onesti al baratro, e non si curano nemmeno di garantire i diritti dei cittadini onesti.

Questo paese ci ha negato le possibilità che -almeno- dovrebbero rappresentare un nostro diritto.

La possibilità di lavorare, la possibilità di uscire di casa senza avere paura, la possibilità di fidarsi dello stato, la possibilità di emergere per le proprie doti e non per chissà quale altro “merito”.

Quelle possibilità che noi stupidi onesti ci dobbiamo sudare e che invece ad altri vengono concesse per leccaculismo, delinquenza e deliranti politiche governative.

Questo, nemmeno a dirlo, porta noi stupidi onesti a detestare non solo il nostro paese, ma la nostra stessa vita.

Alex e Danilo (ovvero: gli uomini non impareranno mai)

Stamattina in tram ho assistito ad un lungo diverbio telefonico tra un ragazzo (di 18 anni o giù di lì) e la sua fidanzata. Dall’infuocata discussione a distanza emergevano dei dettagli interessanti sulla loro vita insieme: sono una coppia da due anni, hanno frequentato le stesse scuole, lui è in contatto con la famiglia di lei (“l’ho anche detto a tua mamma che non mi rispondi al telefono!”), ma negli ultimi mesi lui si sente accantonato a favore di un nuovo gruppo di amici (“da quando conosci quelli per te non esisto più!”). La lite però verteva su un dettaglio preciso: il nostro ragazzo si sentiva trascurato (“sono dei mesi che non sono più la tu priorità”) e provava un certo fastidio nei confronti di due persone, tali Teo e Jamal, presumibilmente amici di lei (“se io ti chiedo di vederci non ci sei mai, ma se ci sono Teo e Jamal sei sempre disponibile anche di notte!”). Ebbene, dopo alcuni minuti, brevi silenzi e toni non sempre pacatissimi (“col cazzo che ti accompagno a vedere i tabelloni a scuola!”) lui decide di chiudere in un colpo solo la discussione, la relazione e la telefonata con fermezza, polso, determinazione e dignità, chiosando con un civile e ponderato “vaffanculo”.

Che botta, che forza d’animo! Mai nella vita sono riuscito ad eguagliare un così alto livello di tempra maschile (o virile). Quel ragazzo, stufo delle presunte angherie sentimentali della sua ragazza, aveva mostrato un coraggio a me sempre sconosciuto, e tutto in un solo gesto: mandarla a quel paese lì, seduta stante, senza tante palle, senza troppi giri di parole. Quel ragazzo, sentendosi minacciato da due persone, aveva deciso che non valeva la pena combattere i mulini a vento, e, con grande onestà, aveva intuito che il duo Teo-Jamal sarebbe sempre stato posto su un altro piano dalla sua ragazza: un piano superiore, lontano, troppo lontano, inarrivabile.

Questo episodio mi ha riportato alla mente un’estate di -ormai- 14 anni fa. Mi trovavo al mare in vacanza con la mia famiglia, periodo luglio o agosto, e la sera ero solito telefonare alla mia fidanzatina (che allora era l’amore della mia vita, ma questo è un’altra storia), per scambiare due chiacchiere pucci pucci cicci cicci. Si tenga presente che avevo 16 anni, non si poteva pretendere molto dall’uomo che sto ancora cercando di diventare. Ebbene, una sera la telefonata rituale si rivelò un po’ diversa dalle altre. La mia fidanzatina era appena arrivata al villaggio turistico a Milano Marittima e non sembrava avere molta voglia di parlare: rispondeva a monosillabi e non vedeva l’ora di riattaccare. Poco male – pensavo tra me e me- sarà stanca per il viaggio, magari domani sarà più felice di sentirmi. Il giorno seguente non rispose nemmeno al telefono. Quello ancora successivo, rispondendo svogliatamente, mi fece capire che non era il caso di chiamare tutte le sere, che lei stava bene e che si divertiva molto anche grazie ad Alex e Danilo, gli animatori del villaggio.

E chi cazzo sono ‘sti Alex e Danilo?

gelosia

Gelosia, gelosia canaglia!

Per due sere non chiamai, fidandomi del mio orgoglio. Alla terza sera dovetti cedere: chiamai per sapere come stava lei e -ironicamente- per informarmi sul buono stato di salute di Alex e Danilo. La mia fidanzatina non la prese bene, mi fece una scenata di un paio di minuti (poi cominciava il falò in spiaggia organizzato da Alex e Danilo, non si poteva perdere) e non mi chiamò più fino al suo ritorno.

Rientrati entrambi dalle vacanze, risolvemmo la cosa da persone civili (io le dissi “scusa sono stato scemo a essere così geloso”) e lei mi perdonò (?). Qualche giorno dopo eravamo in pizzeria e lei ricevette una telefonata. Dopo aver estratto il cellulare dalla borsa guardò il display, incrociò il mio sguardo con aria colpevole, si alzò dal tavolo e si congedò con uno “scusami un attimo”. Io non chiesi nulla, lei non mi disse mai nulla. Ma in cuor mio sapevo che al telefono era Danilo. O Alex, o entrambi.

Non ho mai saputo con certezza se ci fosse stato qualcosa tra loro tre – e la cosa mi farebbe incazzare parecchio anche a 15 di distanza: se avessero fatto un trio (o un menage a trois, o una threesome per i poliglotti) la prenderei davvero male- ma di certo so che la mia fidanzatina non era l’amore della mia vita, e che se avessi mostrato il piglio di quel ragazzo sul tram mi sarei risparmiato qualche mese di tribolazioni amorose. Ma con i “se” e con i “ma” la storia non si fa, quindi non posso fare altro che essere contento della mia mancanza di spina dorsale quando sospettai la tresca con gli animatori. Ad ogni modo da lì a poco arrivò nella vita della mia fidanzatina un trombettista -senza ironie del caso: suonava proprio la tromba- e lei decise che le piaceva di più la tromba rispetto alla chitarra, strumento che io mi diletto a suonare da anni.

Cos’ho imparato da questa vicenda? Che per una volta l’assenza di Facebook mi ha risparmiato ore di stalking intriso di rabbia, di confronti senza senso e di valutazioni estetiche improprie e dissennate. Quelle ore insomma che avrei speso qualche anno più tardi, convinto che sbirciare (o “lurkare” per usare un gergo tecnico) i profili di ex fidanzati, amanti, amichetti e compagnucci di giochi delle persone con le quali mi trovavo coinvolto sentimentalmente fosse una cosa intelligente.

Chiudo concludendo la vicenda del ragazzo in tram: alla fermata successiva ha richiamato la sua ragazza tra le lacrime implorandola di perdonarlo. Gli uomini non impareranno mai.

 

P.S.

Piccola digressione sul nobile mestiere dell’animatore del villaggio turistico: si tratta di un lavoro benedetto dal Signore per il quale la gente viene stipendiata al fine di vivacizzare le vacanze dei clienti del villaggio con attività quali il risveglio muscolare, il sesso, i giochi aperitivo, il sesso, la gara di tiro con l’arco, il sesso, il torneo di freccette, il sesso, la serata danzante, il sesso, la festa hawaiana, il sesso, i balli di gruppo e, se capita, qualche scopata qua e là. Il mestiere dell’animatore del villaggio turistico ha tutta la mia stima perchè è uno dei pochi in cui non esistono discriminazioni di genere: fanno sesso gli uomini quanto le donne. Purtroppo non ho mai fatto l’animatore, ma sono stato cliente in un villaggio turistico (che detto così suona male): ebbene, lo consiglio a tutti, soprattutto ai single.

La sessione di studio in biblioteca

Ai tempi dell’università ero solito frequentare più biblioteche che discoteche.
Non che fossi un secchione: ero, sono e rimarrò un ignorante, almeno nel senso socratico del termine. Ciononostante venivo spesso coinvolto in quelle che vengono spesso definite dagli studenti “sessioni di studio in biblio”. Ebbene, lungi dal voler generalizzare (ogni tanto in biblioteca si studia davvero), posso asserire con una certa sicurezza che di studio in quelle sessioni c’era ben poco. Solitamente la sessione di studio in biblio vive di tre macro fasi, che ora andrò a schematizzare:

Fase 1: La buona volontà (ovvero: io ci ho provato, ma lo Spirito Santo non mi ha dato una mano)

  • “Vado in biblio. Oggi devo almeno arrivare al capitolo 8, sono 300 pagine, ma sì, ce la posso fare, nella prima ora faccio 50/70 pagine, poi ripasso gli appunti e riprendo”.
  • Approdo in biblioteca (di solito ad un orario piuttosto lontano da quello che si definirebbe comunemente presto), scouting preliminare per trovare un posto libero nei banchi comuni.
  • Sorrisone felice nel constatare che seduta al tavolo c’è Chiara di Lingue, Francesca di Lettere, Marco di Filosofia (che sta dormendo dopo una serata impegnativa al pub), Chicca di Lingue pure lei, Esmeralda (che non parla italiano e nessuno ha ancora capito cosa studia, però è gnocca), Carlotta di Beni Culturali (intenta a decifrare un’iscrizione rupestre egizia) e Luca di Comunicazioni (che sta decifrando la confezione -pardon, il packaging- di una merendina). Dopo un fugace saluto a tutti ci si sistema in un posto vuoto. Molto bene, oggi si studia meglio: siamo in compagnia.
  • Passano dagli 8 ai 15 minuti, giusto il tempo di disporre libro, matita ed evidenziatore sul tavolo, scegliere la playlist quando Luca e Marco si alzano dai banchi, fanno un cenno vagamente familiare: portano il pollice e l’indice unti verso le labbra. Si riconosce il gesto internazionale del caffè espresso. L’intera combriccola di amici si alza e si dirige verso l’uscita.
  • Segue pausa caffè al bar strategicamente posto a due passi dalla biblioteca. “Ma sì, lascio i libri qui sul tavolo, 5 minuti e torno su. Il tempo di un caffè, magari una sigaretta e torno in piena operatività”.

 

ragazza che studia in biblioteca

Fase 2: Un caffè, poi riprendo (ovvero: la mia concezione del tempo è a rischio dilatazione)

  • In religioso silenzio si esce dalla biblioteca.
  • Finalmente tutti fuori si commenta la materia che -presumibilmente- si sta studiando, compatendosi vicendevolmente per l’incombere dell’esame. Di solito si usano frasi standardizzate, tipo “Ho l’esame tra due giorni, sarà il caso di cominciare a studiare?” oppure per i più volenterosi “Ma sì, che hai una sfilza di 30 e lode! Non studiare neanche!”
  • Dopo pochi passi si giunge al suddetto bar, gestito da persone baciate dalla grazia di Dio (“se qui vicino non ci fosse la biblioteca saremmo già falliti”) ci si siede ai tavolini fuori (nella bella stagione) e si ordina qualcosa.
  • Si inizia a discutere.
  • Carlotta passa il tempo tra Facebook e Instagram hashtaggando qualsiasi cosa, trovando degli evidenti rimandi tra il suo lavoro di catalogazione dei geroglifici e la corretta posizione dei cancelletti prima delle #parole.
  • Chiara e Chicca commentano l’assistente di francese, Francesca non si capacita della mancata convocazione di Baggio ai mondiali del 2002 (cosa questa che suscita sincera stima nei maschietti presenti), per poi tornare con la mente al Pascoli di cui sta analizzando i lavori.
  • Luca tenta invano di spiegare agli altri che quello che studia è una cosa seria, Marco non ci prova neanche, avvolto da un’aura di silente spiritualità che solo i filosofi possono comprendere. Esmeralda ride per tutto il tempo senza capire un cazzo di quello che hanno detto gli altri, ma non importa, tanto è gnocca.
  • Passano 3 o 4 ore, durante le quali si sono consumati a cranio un caffè, due Estathè, una brioche e a seconda dei giorni e dell’orario, due o tre Spritz.
  • Serpeggia un agrodolce sospetto: probabilmente si è fatto tardi.

 

Fase 3: Cos’ho imparato oggi? (ovvero: chissenefrega?! Tanto l’esame è tra un mese!)

  • Si rientra in biblioteca con un po’ di stanchezza addosso mormorando frasi di circostanza (“Quasi quasi riprendo a studiare”) alternate a prese di coscienza che somigliano molto a dichiarazioni di colpevolezza (“E anche oggi non abbiamo combinato un cazzo”).
  • Nel rimettere i libri e gli appunti in borsa si riflette sul valore del tempo speso durante le 3 ore precedenti, e, in un misto di soddisfazione e rimpianto, ci si avvia silenziosi verso l’uscita.
  • Davanti alla porta d’ingresso della biblioteca ci si guarda tutti negli occhi per un paio di secondi che sembrano interminabili. È quello il momento in cui qualcuno dovrebbe avere il coraggio di ammettere che quella giornata non è servita a niente; ci si rende però conto che non è vero: stare insieme, studiare (poco) e socializzare (tanto) significa tutto tranne che perdere tempo.
  • Luca rompe il silenzio: “vabè, anche oggi è andata… stasera ci beviamo una birretta?”
  • La combriccola accetta entusiasta l’idea: Marco si sveglia dal suo torpore, Chiara e Chicca propongono l’Erasmus party (con la scusa del multilinguismo), Carlotta è un po’ titubante all’inizio, ma ci vuole poco a convincerla. E poi c’è Esmeralda: annuisce e ride, come al solito. L’importante è accertarsi che abbia capito dove ci troveremo questa sera: è troppo gnocca per essere lasciata a casa.
  • Lo studio può attendere, tanto domani pomeriggio ci troviamo di nuovo in biblio, no? E in fondo non c’è fretta, l’esame è tra un mese!

10 modi di dire “NO”

Dire di no sembra facile ma non lo è affatto: per i più buoni o i più stupidi che non dicono mai di no, ma anche per coloro che sospettano che dietro a un “no” si nasconda altro, ho stilato questa lista. Questi sono i 10 modi più diffusi in cui la gente dice di no.

1. Declinare cortesemente una richiesta.
“Mi presti 1000 euro?”
“Mi spiace, purtroppo non sono in grado di farti questo favore.”

2. Dire di no annettendo però una giustificazione.
“Mi presti 1000 euro?”
“No, non dispongo di tale cifra.”

3. Dire di no senza giustificarsi.
“Mi presti 1000 euro?”
“No.”

4. Dire di no esplicitando il pensiero che si cela dietro al diniego.
“Mi presti 1000 euro?”
“No… stai scherzando, vero?”

5. Dire di no rivelando il VERO pensiero che si cela dietro al diniego.
“Mi presti 1000 euro?”
“No! Ma sei stupido o cosa? Figuriamoci se vengo a prestare dei soldi a te, con quella faccia da culo che ti ritrovi! ”

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6. Dire di no accampando scuse credibili.
“Mi presti 1000 euro?”
“No, purtroppo non sono in grado di prelevare dal mio conto questo mese: ho superato il massimale.”

7. Dire di no accampando scuse piuttosto improbabili.
“Mi presti 1000 euro?”
“No, sfortunatamente per questo mese non sono in grado di accedere al mio conto, c’è stata un’invasione di cavallette presso la filiale della mia banca.”

8. Dire di no accampando scuse decisamente improbabili.
“Mi presti 1000 euro?”
“No, purtroppo ho una rara malattia, si chiama sindrome del numero che viene dopo il 6 ma prima dell’8. Questa terribile patologia mi impedisce di scrivere, pronunciare o anche solo premere un pulsante che raffiguri quel numero lì, che sicuramente tu avrai capito. Per questo non posso digitare il mio pin al bancomat, dato che contiene proprio quel numero lì.”

9. Dire di no accampando scuse che coinvolgono la sfera dell’extraterreno e/o del paranormale.
“Mi presti 1000 euro?”
“No. Zug, l’imperatore del pianeta Blurg-06 dal quale -come tu ben sai- provengo, ha impedito a tutti i suoi sudditi di elargire prestiti. Posso forse contravvenire ad una legge intergalattica? E comunque lo zombie che vive nel mio giardino me li ha chiesti prima di te.”

10. Dire di no accusando l’altro di abusare del nostro buon cuore.
“Mi presti un attimo la matita?”
“Certo, adesso vorresti anche la matita. Non ti è bastato chiedermi 9000 euro?! Senza neanche un per favore!  Non ti sembra di esagerare? Stronzo!”

Hot or …what?

L’altro giorno ho assistito a un incredibile esperimento sociologico. E, mio malgrado, ne sono stato co-protagonista. È stato talmente sensazionale che ho aspettato alcune settimane per raccontarvelo, ho dovuto approfondire con me stesso tutti gli spunti di riflessione che il suddetto esperimento ha sollevato nella mia testa, fin troppo propensa all’auto erotismo mentale.

Ma andiamo con ordine.

Recentemente sono venuto a conoscenza di un’app per smartphone dal nome “Hot or not”. I più giovani o i più soli o i più… bisognosi di contatto umano la conosceranno già, ma per coloro che per un motivo o per l’altro non la conoscono, vado a spiegarne per punti il funzionamento.

1- Ci si iscrive.
2- Si accede al proprio profilo: si indica il nome (o nickname), la data di nascita, il sesso e la città in cui ci si trova.
3- Si sceglie una foto. Una foto in cui preferibilmente si è venuti bene. Se si è dotati di addominali stile WWE o lineamenti da fotomodello, bè, meglio che li metta in mostra.
4- Si comincia a visualizzare una serie di foto di altri utenti (secondo i propri gusti: data la mia eterosessualità ho scelto di vedere solo foto di ragazze). Sotto ogni foto sono presenti due tasti enormi, uno con un cuore e uno con una X.
5- Come i più sagaci avranno già capito, si esprime il proprio gradimento selezionando il tasto cuore, il proprio disinteresse selezionando il tasto X.
6- Volendo si può interagire con gli altri utenti iniziando una chat.
7- Fine.

Come sono venuto a conoscenza di questa app? Parlando con una ragazza, mia amica, la quale, dovo avermi elencato le principali features (inglesismo a caso) di Hot or not, decide di installarla. Io la seguo a ruota.

Al via l’esperimento sociologico.

-Ore 23
Io e la ragazza (che per convenzione chiameremo Cloe) installiamo l’app sui nostri smartphone.

-Ore 23.04
I settings (altro inglesismo a caso) dei nostri profili sono pronti, entrambi siamo ufficialmente iscritti.

-Ore 23.05
Cloe riceve una notifica, qualcosa del tipo “complimenti, hai appena sbloccato un badge: il tuo profilo sta avendo successo”.

Il mio smartphone giace silenzioso sul tavolo. Niente notifiche per me.

-Ore 23.05 (un paio di secondi dopo)
Cloe riceve un’altra notifica: “Tizio X ti ha inviato un messaggio”.

Il mio smartphone giace silenzioso sul tavolo del pub. Ancora nessuna notifica per me: controllo se la connessione è attiva. Lo è. Niente notifiche per me.

-Ore 23.06
Cloe riceve una terza notifica: “Tizio Y ti ha inviato un messaggio”.

-Il mio smartphone giace silenzioso sul tavolo di legno consumato del pub, come un monolitico simbolo della fredda tecnologia che si erge in mezzo ad un mare di assordante silenzio. Il silenzio delle notifiche. Niente notifiche per me.

-Cloe disinstalla l’app a fine serata (o almeno così asserisce).

-Io per le seguenti due settimane mantengo installata l’applicazione sullo smartphone: niente notifiche. Neanche una. Neanche un misero cuoricino.

-Al ventesimo giorno ho disinstallato l’app per evitare un attacco di depressione.

hot or fail

Hot or… fail?

 

Fine dell’esperimento sociologico: al via le considerazioni.

Non esiterei a descrivere la ragazza che mi ha introdotto nel mondo di “Hot or not” (e quindi della depressione, seppur passeggera) come carina e attraente, ma la differenza che intercorre tra me e gli altri utenti dell’app è che io, seppur in maniera marginale, conosco la ragazza in questione. Io SO perché -per me- Cloe è attraente. E tra i mille motivi che non starò qui ad elencare (c’è il rischio che legga questo articolo, mi imbarazzerebbe) i principali non hanno nulla a che fare con ciò che lei mostra in fotografia.

Ecco perché la mia depressione, passeggera solo fino a poche righe fa, si mostra un po’ più grave del previsto: io posso ritenere Cloe una persona fantastica, ma lei non lo saprà mai. Potrà forse solo immaginare che io la ritengo carina e attraente, ma potrebbe anche pensare che la mia opinione di lei sia molto bassa. Potrebbe pensare che io la ritenga una stronza viziata, oppure una persona fantastica e meravigliosa. O qualcosa in mezzo tra le due. Chi lo sa, non credo di averglielo mai detto. E di certo non in chat.

Ma se io non conoscessi Cloe e la contattassi in chat scegliendo di interagire con lei solo dopo aver visionato le sue foto, per dirle che è fantastica e meravigliosa, farei nascere in lei il legittimo dubbio che io la stia contattando solo perchè mi piacciono i suoi occhi o i suoi capelli. Di certo io, Utente Generico di Hot or Not, non posso esprimermi sui motivi REALI che fanno di Cloe una persona fantastica e meravigliosa: posso esprimermi sui tratti del viso, sul suo corpo, o più in generale sulla qualità della foto.

Siamo seri: nessuno contatterebbe mai una ragazza su un’app del genere per dire “complimenti per la qualità fotografica: la sapiente scelta dei filtri esalta questa o quella parte di te appianando al contempo lo sfondo circostante”. Potrebbe essere una buona frase d’aggancio, ma poco più. Dunque io, Utente Generico, apprezzerei la foto di Cloe. Non Cloe. Oppure, da perfetto uomo italico, semplicemente apprezzerei i suoi tratti somatici. E dico tratti somatici perchè voglio comportarmi da signore: è risaputo che gli uomini quando vedono una donna appena decente secondo gli standard del Drive In (per i nati tra i ’70 e gli ’80) e di Studio Aperto (dagli ’80 in avanti) sbavano, gonfiano il petto, fanno i cascamorti e (per i nativi digitali) cliccano “like”. Smoccolando frasi da perfetti gentlemen quali “cazzo che gnocca!”.

Fine delle considerazioni: al via le seghe mentali.

Cloe ha ricevuto un sacco di apprezzamenti (o cuoricini), io nemmeno uno. Mi piace pensare che questo sia dovuto al mio sesso. Mi piace pensare che il motivo per cui in nemmeno un minuto Cloe è stata contattata da un paio di persone e io da nessuno in due settimane sia semplicemente perchè lei è una donna e io un uomo. Mi piace pensare che quella sia un’applicazione per Pierini rincoglioniti con gli ormoni a mille, dimenticandomi per un attimo che anche io, sulla soglia dei trent’anni, non scherzo in quanto a danze ormonali. Mi piace pensare che non sia tutto così semplice, nelle relazioni uomo-donna: cuoricino o X, dentro o fuori, “per me è sì, per me è no”. Mi piace pensare che il mio aspetto (al netto di ogni dubbio, non particolarmente attraente ma nemmeno repellente) non c’entri.

Mi piace pensare che le cose belle succedono, magari col tempo, senza la fretta di un’app il cui fondamento è la velocità di scelta. Mi piace pensare che, se mai trovassi una persona fantastica e meravigliosa, aspetterei il momento giusto per dirglielo. Magari ci vorrà un giorno, magari un mese, forse un anno: dovrebbe essere il momento giusto però. Mi piace pensare di essere un romantico, a mio modo. Mi piace pensare. Hot or not.

 

P.S.

Mi piace tantissimo cercare scuse.