Me myself and I

Cose di me, ovviamente.

Una vita da persiano

Non so in quanti di voi abbiano visto il film “300”.

Ebbene, in questo film si racconta dei 300 eroici spartani guidati da re Leonida, i quali riuscirono a bloccare il potentissimo esercito persiano nel canale delle Termopili. Nel film vediamo da una parte i fieri spartani, numericamente inferiori (appunto solo 300 unità) ma fieri nel cuore e forgiati da anni di dura preparazione alla guerra, e dall’altra l’esercito persiano, che conta decine di migliaia di unità, guidato dal narciso e dispotico Serse. La cosa che più mi colpisce, in questo film come nel suo sequel “300 – L’alba di un impero”, è la facilità con cui i soldati persiani cadono sotto i colpi veloci e ben piazzati degli eroi greci. I fieri spartani colpiscono e sviscerano centinaia e centinaia di persiani per tutta la durata del film, muovendo le spade e le lance con maestria, infilzando due o tre persiani per volta. Parano un colpo, uccidono un soldato, parano un altro colpo, poi uccidono di nuovo, poi schivano, saltano, deviano, e nel frattempo uccidono. Nel film uno spartano è in grado di uccidere decine di persiani così, come se nulla fosse. Sono fieri, gli spartani. Sono forti e coraggiosi.

Ma anche i persiani lo sono – o dovrebbero esserlo- altrimenti verrebbe meno l’eroicità dell’impresa. Invece quello che vediamo va nella direzione opposta: i soldati persiani alzano le spade sopra la testa con una lentezza disarmante, lasciano il tempo all’eroe greco di colpire, schivare e colpire di nuovo. I soldati persiani si scoprono, non tengono alta la guardia, non hanno il senso della posizione e in alcuni casi portano la maschera, tanto per essere tutti uguali e non distinguibili.

300 una vita da persiano
I soldati persiani, nel film, servono solo alla gloria degli spartani. Non si vedono nemmeno in volto, tanto che sono inutili al fine della trama. Dovrebbero rappresentare la forza che invade, ma rappresentano solo dei fantocci inutili sul quale il possente Leonida sfoga la sua rabbia, e dà sfoggio di tutta la sua maestria in combattimento. Ma noi spettatori sappiamo del background di Leonida, sappiamo le sue motivazioni, conosciamo i generali spartani, conosciamo il loro valore e il loro addestramento. Ma non conosciamo nulla dei soldati persiani. Anche loro – si suppone – hanno avuto un addestramento, anche loro dovrebbero aver avuto una certa maestria. Anche loro saranno stati bambini, avranno anche loro avuto una madre, una famiglia, dei sogni. Sono piuttosto sicuro che il giovane soldato persiano non aveva però il sogno di diventare “uno dei centomila massacrati dagli spartani, senza gloria alcuna e con il volto coperto da una maschera”.
Sono certo che il soldato persiano avesse delle ambizioni, concrete e vere, che però lo spettatore non è nemmeno degno di sapere. Allo spettatore devono interessare solo le gesta del re e dei suoi prediletti 300, non dei poveri coglioni che vanno a farsi macellare per la fama altrui.

Deve essere dura la vita del soldato persiano, lento, impacciato, apparentemente privato di qualsiasi capacità, dalla personalità inesistente, senza passato e senza futuro, destinato al massacro senza gloria.

Ecco, ultimamente mi sento come un soldato persiano in quel film. Esautorato dei miei sogni e della mia personalità, in attesa di una probabile conclusione poco gloriosa che arriverà per mano di chi è destinato ad essere Protagonista, senza aver compiuto nulla di concreto.

Con buona pace dei Leonida, di quelli che si sentono spartani e di quelli che hanno in mano la regia e il montaggio.

Alex e Danilo (ovvero: gli uomini non impareranno mai)

Stamattina in tram ho assistito ad un lungo diverbio telefonico tra un ragazzo (di 18 anni o giù di lì) e la sua fidanzata. Dall’infuocata discussione a distanza emergevano dei dettagli interessanti sulla loro vita insieme: sono una coppia da due anni, hanno frequentato le stesse scuole, lui è in contatto con la famiglia di lei (“l’ho anche detto a tua mamma che non mi rispondi al telefono!”), ma negli ultimi mesi lui si sente accantonato a favore di un nuovo gruppo di amici (“da quando conosci quelli per te non esisto più!”). La lite però verteva su un dettaglio preciso: il nostro ragazzo si sentiva trascurato (“sono dei mesi che non sono più la tu priorità”) e provava un certo fastidio nei confronti di due persone, tali Teo e Jamal, presumibilmente amici di lei (“se io ti chiedo di vederci non ci sei mai, ma se ci sono Teo e Jamal sei sempre disponibile anche di notte!”). Ebbene, dopo alcuni minuti, brevi silenzi e toni non sempre pacatissimi (“col cazzo che ti accompagno a vedere i tabelloni a scuola!”) lui decide di chiudere in un colpo solo la discussione, la relazione e la telefonata con fermezza, polso, determinazione e dignità, chiosando con un civile e ponderato “vaffanculo”.

Che botta, che forza d’animo! Mai nella vita sono riuscito ad eguagliare un così alto livello di tempra maschile (o virile). Quel ragazzo, stufo delle presunte angherie sentimentali della sua ragazza, aveva mostrato un coraggio a me sempre sconosciuto, e tutto in un solo gesto: mandarla a quel paese lì, seduta stante, senza tante palle, senza troppi giri di parole. Quel ragazzo, sentendosi minacciato da due persone, aveva deciso che non valeva la pena combattere i mulini a vento, e, con grande onestà, aveva intuito che il duo Teo-Jamal sarebbe sempre stato posto su un altro piano dalla sua ragazza: un piano superiore, lontano, troppo lontano, inarrivabile.

Questo episodio mi ha riportato alla mente un’estate di -ormai- 14 anni fa. Mi trovavo al mare in vacanza con la mia famiglia, periodo luglio o agosto, e la sera ero solito telefonare alla mia fidanzatina (che allora era l’amore della mia vita, ma questo è un’altra storia), per scambiare due chiacchiere pucci pucci cicci cicci. Si tenga presente che avevo 16 anni, non si poteva pretendere molto dall’uomo che sto ancora cercando di diventare. Ebbene, una sera la telefonata rituale si rivelò un po’ diversa dalle altre. La mia fidanzatina era appena arrivata al villaggio turistico a Milano Marittima e non sembrava avere molta voglia di parlare: rispondeva a monosillabi e non vedeva l’ora di riattaccare. Poco male – pensavo tra me e me- sarà stanca per il viaggio, magari domani sarà più felice di sentirmi. Il giorno seguente non rispose nemmeno al telefono. Quello ancora successivo, rispondendo svogliatamente, mi fece capire che non era il caso di chiamare tutte le sere, che lei stava bene e che si divertiva molto anche grazie ad Alex e Danilo, gli animatori del villaggio.

E chi cazzo sono ‘sti Alex e Danilo?

gelosia

Gelosia, gelosia canaglia!

Per due sere non chiamai, fidandomi del mio orgoglio. Alla terza sera dovetti cedere: chiamai per sapere come stava lei e -ironicamente- per informarmi sul buono stato di salute di Alex e Danilo. La mia fidanzatina non la prese bene, mi fece una scenata di un paio di minuti (poi cominciava il falò in spiaggia organizzato da Alex e Danilo, non si poteva perdere) e non mi chiamò più fino al suo ritorno.

Rientrati entrambi dalle vacanze, risolvemmo la cosa da persone civili (io le dissi “scusa sono stato scemo a essere così geloso”) e lei mi perdonò (?). Qualche giorno dopo eravamo in pizzeria e lei ricevette una telefonata. Dopo aver estratto il cellulare dalla borsa guardò il display, incrociò il mio sguardo con aria colpevole, si alzò dal tavolo e si congedò con uno “scusami un attimo”. Io non chiesi nulla, lei non mi disse mai nulla. Ma in cuor mio sapevo che al telefono era Danilo. O Alex, o entrambi.

Non ho mai saputo con certezza se ci fosse stato qualcosa tra loro tre – e la cosa mi farebbe incazzare parecchio anche a 15 di distanza: se avessero fatto un trio (o un menage a trois, o una threesome per i poliglotti) la prenderei davvero male- ma di certo so che la mia fidanzatina non era l’amore della mia vita, e che se avessi mostrato il piglio di quel ragazzo sul tram mi sarei risparmiato qualche mese di tribolazioni amorose. Ma con i “se” e con i “ma” la storia non si fa, quindi non posso fare altro che essere contento della mia mancanza di spina dorsale quando sospettai la tresca con gli animatori. Ad ogni modo da lì a poco arrivò nella vita della mia fidanzatina un trombettista -senza ironie del caso: suonava proprio la tromba- e lei decise che le piaceva di più la tromba rispetto alla chitarra, strumento che io mi diletto a suonare da anni.

Cos’ho imparato da questa vicenda? Che per una volta l’assenza di Facebook mi ha risparmiato ore di stalking intriso di rabbia, di confronti senza senso e di valutazioni estetiche improprie e dissennate. Quelle ore insomma che avrei speso qualche anno più tardi, convinto che sbirciare (o “lurkare” per usare un gergo tecnico) i profili di ex fidanzati, amanti, amichetti e compagnucci di giochi delle persone con le quali mi trovavo coinvolto sentimentalmente fosse una cosa intelligente.

Chiudo concludendo la vicenda del ragazzo in tram: alla fermata successiva ha richiamato la sua ragazza tra le lacrime implorandola di perdonarlo. Gli uomini non impareranno mai.

 

P.S.

Piccola digressione sul nobile mestiere dell’animatore del villaggio turistico: si tratta di un lavoro benedetto dal Signore per il quale la gente viene stipendiata al fine di vivacizzare le vacanze dei clienti del villaggio con attività quali il risveglio muscolare, il sesso, i giochi aperitivo, il sesso, la gara di tiro con l’arco, il sesso, il torneo di freccette, il sesso, la serata danzante, il sesso, la festa hawaiana, il sesso, i balli di gruppo e, se capita, qualche scopata qua e là. Il mestiere dell’animatore del villaggio turistico ha tutta la mia stima perchè è uno dei pochi in cui non esistono discriminazioni di genere: fanno sesso gli uomini quanto le donne. Purtroppo non ho mai fatto l’animatore, ma sono stato cliente in un villaggio turistico (che detto così suona male): ebbene, lo consiglio a tutti, soprattutto ai single.

Hot or …what?

L’altro giorno ho assistito a un incredibile esperimento sociologico. E, mio malgrado, ne sono stato co-protagonista. È stato talmente sensazionale che ho aspettato alcune settimane per raccontarvelo, ho dovuto approfondire con me stesso tutti gli spunti di riflessione che il suddetto esperimento ha sollevato nella mia testa, fin troppo propensa all’auto erotismo mentale.

Ma andiamo con ordine.

Recentemente sono venuto a conoscenza di un’app per smartphone dal nome “Hot or not”. I più giovani o i più soli o i più… bisognosi di contatto umano la conosceranno già, ma per coloro che per un motivo o per l’altro non la conoscono, vado a spiegarne per punti il funzionamento.

1- Ci si iscrive.
2- Si accede al proprio profilo: si indica il nome (o nickname), la data di nascita, il sesso e la città in cui ci si trova.
3- Si sceglie una foto. Una foto in cui preferibilmente si è venuti bene. Se si è dotati di addominali stile WWE o lineamenti da fotomodello, bè, meglio che li metta in mostra.
4- Si comincia a visualizzare una serie di foto di altri utenti (secondo i propri gusti: data la mia eterosessualità ho scelto di vedere solo foto di ragazze). Sotto ogni foto sono presenti due tasti enormi, uno con un cuore e uno con una X.
5- Come i più sagaci avranno già capito, si esprime il proprio gradimento selezionando il tasto cuore, il proprio disinteresse selezionando il tasto X.
6- Volendo si può interagire con gli altri utenti iniziando una chat.
7- Fine.

Come sono venuto a conoscenza di questa app? Parlando con una ragazza, mia amica, la quale, dovo avermi elencato le principali features (inglesismo a caso) di Hot or not, decide di installarla. Io la seguo a ruota.

Al via l’esperimento sociologico.

-Ore 23
Io e la ragazza (che per convenzione chiameremo Cloe) installiamo l’app sui nostri smartphone.

-Ore 23.04
I settings (altro inglesismo a caso) dei nostri profili sono pronti, entrambi siamo ufficialmente iscritti.

-Ore 23.05
Cloe riceve una notifica, qualcosa del tipo “complimenti, hai appena sbloccato un badge: il tuo profilo sta avendo successo”.

Il mio smartphone giace silenzioso sul tavolo. Niente notifiche per me.

-Ore 23.05 (un paio di secondi dopo)
Cloe riceve un’altra notifica: “Tizio X ti ha inviato un messaggio”.

Il mio smartphone giace silenzioso sul tavolo del pub. Ancora nessuna notifica per me: controllo se la connessione è attiva. Lo è. Niente notifiche per me.

-Ore 23.06
Cloe riceve una terza notifica: “Tizio Y ti ha inviato un messaggio”.

-Il mio smartphone giace silenzioso sul tavolo di legno consumato del pub, come un monolitico simbolo della fredda tecnologia che si erge in mezzo ad un mare di assordante silenzio. Il silenzio delle notifiche. Niente notifiche per me.

-Cloe disinstalla l’app a fine serata (o almeno così asserisce).

-Io per le seguenti due settimane mantengo installata l’applicazione sullo smartphone: niente notifiche. Neanche una. Neanche un misero cuoricino.

-Al ventesimo giorno ho disinstallato l’app per evitare un attacco di depressione.

hot or fail

Hot or… fail?

 

Fine dell’esperimento sociologico: al via le considerazioni.

Non esiterei a descrivere la ragazza che mi ha introdotto nel mondo di “Hot or not” (e quindi della depressione, seppur passeggera) come carina e attraente, ma la differenza che intercorre tra me e gli altri utenti dell’app è che io, seppur in maniera marginale, conosco la ragazza in questione. Io SO perché -per me- Cloe è attraente. E tra i mille motivi che non starò qui ad elencare (c’è il rischio che legga questo articolo, mi imbarazzerebbe) i principali non hanno nulla a che fare con ciò che lei mostra in fotografia.

Ecco perché la mia depressione, passeggera solo fino a poche righe fa, si mostra un po’ più grave del previsto: io posso ritenere Cloe una persona fantastica, ma lei non lo saprà mai. Potrà forse solo immaginare che io la ritengo carina e attraente, ma potrebbe anche pensare che la mia opinione di lei sia molto bassa. Potrebbe pensare che io la ritenga una stronza viziata, oppure una persona fantastica e meravigliosa. O qualcosa in mezzo tra le due. Chi lo sa, non credo di averglielo mai detto. E di certo non in chat.

Ma se io non conoscessi Cloe e la contattassi in chat scegliendo di interagire con lei solo dopo aver visionato le sue foto, per dirle che è fantastica e meravigliosa, farei nascere in lei il legittimo dubbio che io la stia contattando solo perchè mi piacciono i suoi occhi o i suoi capelli. Di certo io, Utente Generico di Hot or Not, non posso esprimermi sui motivi REALI che fanno di Cloe una persona fantastica e meravigliosa: posso esprimermi sui tratti del viso, sul suo corpo, o più in generale sulla qualità della foto.

Siamo seri: nessuno contatterebbe mai una ragazza su un’app del genere per dire “complimenti per la qualità fotografica: la sapiente scelta dei filtri esalta questa o quella parte di te appianando al contempo lo sfondo circostante”. Potrebbe essere una buona frase d’aggancio, ma poco più. Dunque io, Utente Generico, apprezzerei la foto di Cloe. Non Cloe. Oppure, da perfetto uomo italico, semplicemente apprezzerei i suoi tratti somatici. E dico tratti somatici perchè voglio comportarmi da signore: è risaputo che gli uomini quando vedono una donna appena decente secondo gli standard del Drive In (per i nati tra i ’70 e gli ’80) e di Studio Aperto (dagli ’80 in avanti) sbavano, gonfiano il petto, fanno i cascamorti e (per i nativi digitali) cliccano “like”. Smoccolando frasi da perfetti gentlemen quali “cazzo che gnocca!”.

Fine delle considerazioni: al via le seghe mentali.

Cloe ha ricevuto un sacco di apprezzamenti (o cuoricini), io nemmeno uno. Mi piace pensare che questo sia dovuto al mio sesso. Mi piace pensare che il motivo per cui in nemmeno un minuto Cloe è stata contattata da un paio di persone e io da nessuno in due settimane sia semplicemente perchè lei è una donna e io un uomo. Mi piace pensare che quella sia un’applicazione per Pierini rincoglioniti con gli ormoni a mille, dimenticandomi per un attimo che anche io, sulla soglia dei trent’anni, non scherzo in quanto a danze ormonali. Mi piace pensare che non sia tutto così semplice, nelle relazioni uomo-donna: cuoricino o X, dentro o fuori, “per me è sì, per me è no”. Mi piace pensare che il mio aspetto (al netto di ogni dubbio, non particolarmente attraente ma nemmeno repellente) non c’entri.

Mi piace pensare che le cose belle succedono, magari col tempo, senza la fretta di un’app il cui fondamento è la velocità di scelta. Mi piace pensare che, se mai trovassi una persona fantastica e meravigliosa, aspetterei il momento giusto per dirglielo. Magari ci vorrà un giorno, magari un mese, forse un anno: dovrebbe essere il momento giusto però. Mi piace pensare di essere un romantico, a mio modo. Mi piace pensare. Hot or not.

 

P.S.

Mi piace tantissimo cercare scuse.

Amori e dentisti

Un giorno di primavera di una decina di anni fa uscii con una ragazza. Si trattava di un’uscita tardo-pomeridiana, una di quelle cose tipo giro in centro, aperitivo e cena. Non era il mio primo appuntamento con lei, e avevamo già quel minimo di confidenza che permetteva di andare insieme a fare delle commissioni, o a fare shopping. Tutto molto bello, se non fosse che, per una bizzarra congiunzione astrale, dimenticai che quel giorno, oltre al mio appuntamento galante, avevo fissato un appuntamento dal dentista. Ovviamente me ne ricordai solo un’ora prima dell’appuntamento (con entrambi), in un orario insomma troppo ravvicinato da poter spostare l’appuntamento dal dentista e troppo ridicolo da spostare l’appunta mento con la ragazza. Fortunatamente il dentista avrebbe dovuto solamente compiere un controllo di routine, nulla di programmato e nessun lavoro lungo in previsione.

Che faccio, disdico all’ultimo dal dentista? Sposto l’appuntamento con la ragazza? Ma no, certo che no, a spostare son capaci tutti: benvenuti nel magico mondo dell’uomo che non sa dire di no. Chiamo la ragazza e le chiedo se non le scoccerebbe più di tanto accompagnarmi ad una visita brevissssssima dal dentista (esatto, anche parlando con lei ho messo 5 o 6 “s” nella parola “brevissima”), assicurandole che non sarebbe durata più di una mezz’ora. Lei rispose con inaspettato entusiasmo: “non c’è problema, mi porto gli appunti così approfitto per ripassare un po’ per l’esame :)”. Si, era talmente inaspettato il suo entusiasmo che percepii una emoticon felice nelle sue parole.

Ebbene, ecco come è andata: incontro la ragazza al luogo dell’appuntamento, due chiacchiere tanto per rompere il ghiaccio e via, verso il dentista. Mi sentivo incredibilmente a disagio durante il breve tragitto, cominciavo ad esplicitare i tipici segnali dell’uomo in preda la marasma: risata compulsiva, battuta ancor più idiota del solito, mancanza di salivazione (sintomo questo che dal dentista si sarebbe anche potuto rivelare utile), manie di persecuzione e generale mancanza di buon senso. Entriamo nella sala d’aspetto, ridacchio nervosamente come un babbeo facendo notare come tutti quei sorrisi smaglianti sulle copertine delle riviste sparse sul tavolino al centro della sala contrastino con i poster medici posti alle pareti dello studio. Quelli dove si vede un dente sezionato in orizzontale, o quelli dove sono elencate le infiammazioni delle gengive in ordine alfabetico, o i cicli di crescita della dentatura da latte. Quelle cose che, invece di illuminarti sulle dinamiche naturali, ti riempiono il cuore, la gola e la bocca di ansia. È il mio turno: saluto il dentista con una stretta di mano, mi giro verso la ragazza e le faccio un cenno con la testa, come a voler dire: poche decine di minuti e ci divertiremo.

All’interno dello studio dentistico va tutto come previsto, controllo rapido, specchietto che passa tra le pareti della bocca e le gengive, quello strano scalpellino che ogni tanto sfrega qui e lì. Ma, arrivati ad un certo punto della mia dentatura, il buon odontoiatra se ne esce con un asettico: “ahi ahi, c’è una carie qui”.

Ahi ahi, fai il tuo mestiere, toglila. “Certo”, dice lui “ti faccio l’anestesia, mi aspetti in sala un quarto d’ora, poi rientri e facciamo tutto”. No. “Un quarto d’ora? Non posso permettermelo, non possiamo fare senza anestesia?” Il buon dentista mi guarda perplesso, alza un sopracciglio e ribatte “certo, se vuoi proviamo… faccio piano piano, se senti male me lo dici e mi fermo”.

Così ti voglio! Vai col trapano.

dentista trapana un dente

La cosa brutta del trapano del dentista è quel suono acuto ma sordo allo stesso tempo, che muta improvvisamente quando la punta tocca il dente. Passa da “bzzzzzz” a “brrrrrr”, e, se mentre il bzzzzzz sei quasi felice di constatare che la tecnologia a disposizione dell’odontoiatra sia perfettamente funzionante, quando passa a brrrrrr, bè, non c’è più niente di cui essere felici. Dire che provai dolore non può bastare: essendo un uomo ho la soglia del dolore già bassa per natura,ma il trapano del dentista è una cosa davvero straziante. In più c’è quel schhhhhhh di sottofondo, quel tubicino che aspira la saliva: quello è tuo amico, dopo un po’ quasi cominci a volergli bene perchè sembra essere l’unica cosa non dolorosa di quel posto. Non è invasivo, in alcuni casi è retto dalla mano manicurata di un’assistente di poltrona bionda con la bocca ed il naso coperti da una mascherina ma con gli occhi verdi lì pronti a guardarti, forse giudicarti per le tue reazioni, soffrire per te, o perlomeno insieme a te. Dio mio, che dolore. Ma ne vale la pena: abbiamo già finito. Mi alzo dalla poltroncina, saluto il dentista che si premura di chiedermi “sono stato delicatissimo, non hai sentito tanto male, vero?”. No, non ti preoccupare: sei stato un macellaio, ma la colpa è colpa mia, non tua.

Ora torniamo dalla ragazza. Sarà –deve essere– fiera di me. Mi presento in sala d’aspetto con l’aria di un eroe cavalleresco che ha appena sostenuto una battaglia con gli artigli di un perfido drago, sfoggiando un sorriso smagliante che si sfalda in un attimo, disciolto in una smorfia di dolore. Lei, immersa nei suoi appunti universitari si gira distrattamente verso di me, mi guarda e, come se fosse la cosa più ovvia del mondo dice “hai già finito? Mi fai finire questa parte, mi manca poco, cinque minuti al massimo”.

Non preoccuparti, la prossima volta facciamo l’anestesia.

Oggi ricordo quell’episodio con simpatia, come fosse un sintomo chiaro di quello che era il mio rapporto con il sesso opposto fino a qualche anno fa, mi immagino in una situazione del genere oggi (“scusami davvero, ho fatto casino con gli appuntamenti, possiamo vederci alle 19 invece che alle 17?”) e rifletto sul fatto che stare seduto alla sedia del dentista quella volta per me non è stato un atto d’amore, ma di egoismo: non volevo perdermi niente. Stare seduto la tavolo di un bar con una donna, oggi, e non poter dire o fare quello che vorrei è ben più doloroso di una trapanata di molari. Ma ci sono voluti una decina d’anni, un bel po’ di delusioni, un pizzico di buon senso e una buona dose di autostima. Ma non quell’autostima malsana che ti fa credere di poterti far bucare un dente senza anestesia, ma quella che ti fa accettare per come sei, senza dover dimostrare niente. Col tempo, infatti, ho imparato un paio di lezioni (non di più: sarei un bugiardo), una delle quali è proprio questa: liberarsi dell’ossessione di dover per forza mostrare alla gente chi sei, cosa hai fatto e cosa sai fare.

Non c’è bisogno di essere un curriculum vitae vivente, pompato, ruffiano e un po’ spaccone: le persone che ritieni degne della tua attenzione (quelle che magari diventeranno persone importanti per ognuno di noi) si accorgono se c’è del buono in te. E se non se ne accorgono pazienza, avranno il tempo di farlo. O magari non se ne accorgeranno mai. Quello che importa è capire che snaturarsi e agire in modo dissennato al fine di per fare colpo su qualcuno non serve a niente: anche se funzionasse sarebbe comunque una vittoria effimera o raramente durevole nel tempo. Agire per farsi vedere è come indossare una maschera, tanto per usare una metafora stra-abusata. E anche i migliori uomini mascherati prima o poi sono costretti a fare i conti con il proprio vero volto. Salvo restando che chi nasce con la faccia da cretino potrà essere preso sul serio solo a carnevale.

Si sappia che ho perso le tracce della ragazza che mi accompagnò dal dentista: non so che fine abbia fatto, non credo nemmeno di essere suo amico su Facebook. Avrà comunque sempre un posto d’onore nel mio cuor… ehm, nel mio molare.

I ciulini sul cellulare

Mi è capitato, riordinando un cassetto, di ritrovare il mio vecchio Nokia 3310. Meraviglia!Ovviamente ho provato ad accenderlo per vedere se dopo tanti anni era ancora funzionante. Bene, lo era. Batteria perpetua e resistenza agli urti estremi. Ma la cosa che mi ha fatto riflettere non è la lega di vibranio e adamantio con cui sono probabilmente costruiti quei cellulari, ma piuttosto la cover a fantasie tribali che avevo applicato al retro del mio Nokia 3310.

La sudddetta cover, piuttosto bruttina a dirla tutta, mi è stata regalata almeno 12 anni fa da una ragazza che frequentavo in quel periodo, che chiamerò PMC (piatta ma carina: lo so, non è granchè come nickname, ma riassume le sue doti, almeno quelle estetiche). Non era esattamente la mia ragazza, era una che frequentavo quando andavo al liceo, saremo usciti qualche volta, magari ci siamo tenuti la mano, cose del genere. Comunque ricordo che mi regalò quella cover per il mio compleanno, impacchettata con la Gazzetta dello Sport (gesto che non ho dimenticato, tanto fu apprezzato). Scartai il regalo, vidi la cover e pensai “mamma che schifezza!” ma dissi “grazie mille, che carina!”. Lei sorrise e disse due cose che non ricordo a cui io risposi con “la metto subito al cellulare!”. PMC sorrise di nuovo e disse ciò che mi è rimasto impresso nella memoria per più di dieci anni: “Ok, così magari mentre guardi il cellulare ti viene voglia di mandarmi un messaggio… e magari cancelli il numero di qualche ciulìno!”. Ridemmomo entrambi, io sbottai con aria da fanfarone: “ma non ne ho di ciulìni, io!”. Ridemmo di nuovo. Fine del ricordo.

nokia 3310

…altro che Galaxy o Iphone…

Per coloro che non hanno avuto 18 anni nel 2002, che non sono di Novara o che semplicemente non hanno mai sentito la parola “ciulìno”, vado subito a definirla:

Dicesi CIULINO il rapporto privilegiato con una persona, espresso sotto forma di contatto telefonico, per la quale c’è, c’è stata o potrebbe esserci dell’attrazione fisica concreta.

In parole povere, avere uno o più ciulìni sul cellulare significava avere sotto mano in qualsiasi momento il numero di una ragazza che, nell’evenienza, ti saresti potuto portare a letto. Nessuno sapeva quali erano i ciulìni dell’altro, ed era buona norma non indagare troppo: gli sfottò erano all’ordine del giorno, inoltre se si fosse saputo che i tuoi ciulìni erano tutti delle cozze ci facevi una figura di merda.

Questa minchiata tipica dei ragazzi in adolescenza avanzata aveva però una sua spiegazione psicologica: era un modo come un altro per esorcizzare la paura di rimanere soli o per sentirsi legato a qualcuno, anche se non era proprio vero. La consapevolezza di avere sul cellulare il numero di una o più ragazze a cui avresti potuto scrivere in qualsiasi momento perché sapevi che tra voi c’era qualche tipo di simpatia dava sicurezza e sfruttava tutte le potenzialità di una delle tecnologie di comunicazione più popolari presenti al tempo: gli sms. Negli anni fine ’90 / inizio 2000 avevamo la possibilità di comunicare alle persone in tempo reale, anche di notte, e soprattutto anche in silenzio. Le lettere d’amore si scrivevano in 160 caratteri, o in 159 di cui l’ultimo era “c” (che stava per “continua”, in attesa del secondo sms), e si era raggiunto un livello di intimità tale che la generazione appena precedente non si sarebbe nemmeno sognato. La mia generazione da adolescente poteva già scrivere dolcissime poesie o irripetibili porcate in pieno giorno come in piena notte, e arrogarsi il lusso di aspettare solo qualche minuto per la risposta. Tutto al costo di 200 Lire (poi passate a 10/15/20 centesimi di Euro a seconda del piano tariffario).

Noi adolescenti dei fine ’90 / inizio 2000 avevamo già cambiato il modo di rapportarci col sesso opposto. Siamo stati i primi a liberalizzare i sentimenti (e con essi gli istinti) nel modo vigliacco in cui sono intesi adesso. Siamo stati gli artefici della cultura dei rapporti che oggi riteniamo troppo libertina. Abbiamo inventato quelle abbreviazioni per le quali ora ci scandalizziamo, abbiamo sdoganato l’approccio tra sconosciuti (“ciao, ti vedo tutte le mattine fuori da scuola, mi ha dato il numero un tuo amico”) e valutato a peso d’oro l’importanza di un contatto del tutto personale, ossia il numero di cellulare. Il numero di cellulare è solo mio, non è come il numero di casa che condivido con mia mamma e mio papà. Abbiamo abbattuto la vergogna di chiamare a casa di qualcuno e la paura di dover dire “Ehm… si… salve… ehm …sono eeeeeh… un amico, c’è…. ehm per caso…?”, trasformando di fatto la linea di rete fissa in un’entità astratta utile solo a tenerci un router attaccato o a sfogare le nostre frustrazioni mandando a cagare quelli dei call center. Abbiamo rigirato come un calzino il modo di interagire con gli altri.

E ora ci godiamo i frutti del progresso: il contatto personale si è trasformato in un profilo dettagliato con tanto di foto e gusti cine-eno-geo-gasrto-musico-etno-sportivi, la dolcissima poesia può tranquillamente essere impaginata su due colonne e l’irripetibile porcata la si fa pure in webcam.

Per ora non sono incazzato e non invidio la generazione che vive ora l’adolescenza, sono cambiati i mezzi ma la sostanza è rimasta la stessa. Ma soprattutto non invidio l’adolescente di oggi (che nella mia testa si chiama Pierino, non so perchè) il quale, se volesse dimostrare alla sua PMC di non avere ciulìni, dovrebbe eliminare la metà dei suoi amici su Facebook (o peggio ancora consegnarle la password), giurare sulla sua morte di non usare Whatsapp al di fuori di lei, di non scuotere WeChat, di non cercare nuovi followers su Twitter, di non mettere like sul profilo di Instagram di Martina della 3a B, di non seguire il fashion blog di Carolina 5a F e… no, di non andare su Youporn magari è troppo.

Chiudo con una confessione: cara PMC, devi sapere che il primo (e ultimo, da quanto ricordo) ciulìno sul mio cellulare sei stata tu.

Ad maiora!

P.S.
Torno brevemente sulle indicibili porcate in webcam: dico a titolo di informazione che non ho mai mostrato il mio pistolino in webcam a nessuno, e a scanso di equivoci confesso subito che non ho nemmeno mai visto una ragazza intenta a spogliarsi in video per me. Pare che la cosa oggi funzioni molto, e mi cruccio di non poter dare un’opinione personale. Ho però un’amica che ne parla con entusiasmo. Comunque la si pensi, la cosa non mi ispira più di tanto: dovrei fare comunque da solo, e per tanto così preferisco i prodotti preconfezionati aprendo un’altra finestra sul browser. Almeno lì non devo trattenere la pancetta. Ma i gusti sono gusti.