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Barellacci e la cena romantica

Danilo Barellacci, come tutti gli uomini, a un certo punto della sua vita ha sentito la necessità di fare una sorpresa alla sua fidanzata Giovanna detta Nina.

Volendo stupire Nina, Barellacci decise non optare per il solito inflazionato regalo da fidanzati ma piuttosto di prepararle una cena romantica. Il problema di Barellacci è che non si è mai cimentato ai fornelli in vita sua: fino a 33 anni ha vissuto a casa dei genitori, e sua madre ha sempre provveduto a cucinare per tutta la famiglia.

Certo di poter affrontare qualsiasi ostacolo culinario e abbagliato dalla maestria con cui Carlo Cracco insulta i concorrenti di Hell’s Kitchen Italia, Barellacci aveva pianificato -quasi- tutto nei minimi particolari mesi prima.

Aveva comprato su Ebay una divisa professionale da chef per una cifra mostruosa, che, a detta del venditore (tale “PeppeSola96”) era stata autografata da Gordon Ramsay in persona. Curiosamente l’autografo di Ramsey compariva sotto l’ascella destra, al nome “Gordon” mancavano le vocali e “Ramsay” era scritto con la s al posto della m.

Barellacci inoltre aveva acquistato tramite telepromozione il famoso set di coltelli “Miracle Blade III serie perfetta”. Divorato dalla curiosità, però, aveva distrutto subito quattro dei coltelli del set tentando di segare nell’ordine: un ramo sporgente dell’acero del viale sotto casa, una scatoletta di piselli (preventivamente surgelata per l’occasione), uno scarpone da montagna di suo nonno alpino e la marmitta del motorino di suo cugino Piero.

Il vero errore di Barellacci fu decidere solo il giorno della cena cosa cucinare. Essendo naturalmente avverso alla creatività e al prendere decisioni, Barellacci chiese consiglio al suo collega Sacchetta, sedicente tuttologo e chiaramente esperto cuciniere, il quale gli consigliò “due cosine semplici, facili facili che sanno fare tutti: me l’ha detto uno chef stellato!”.

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Le due cosine semplici proposte da Sacchetta erano in realtà un estratto dal menù del ristorante “Il Coccio” di Livorno Ferraris in provincia di Vercelli, il cui cuoco (un pregiudicato ex inserviente dell’Autogrill, licenziato per un ammanco di cassa di circa 200€) proponeva indicibili schifezze a cui assegnava nomi altisonanti. Questo losco personaggio aveva però acquisito una certa fama nei paesi limitrofi per essere stato cacciato con ignominia e numerosi insulti alle selezioni di Masterchef.

Ad ogni modo, il menù consigliato da Sacchetta proponeva:

  • Antipasto: Musetto di maiale fondente con nocciole di Bronte, stracciatella di bufala e pinoli piastrati
  • Primo: Spaghettone integrale risottato con ragù di frattaglie, calamari e wan ton fritti grattugiati
  • Secondo: Piccione in crosta, carciofo al mascarpone e patata al bergamotto
  • Dessert: Torta al limone “a modo mio” (Sacchetta aveva confessato che si trattava della torta al limone confezionata del Mulino Bianco, a riguardo della quale nessuno aveva mai obiettato sulla qualità)

Barellacci al maiale fondente era già completamente disorientato, e non capiva cosa il porcello avesse a che spartire con il cioccolato: nell’imbarazzo più totale, vomitò e svenne.

Quando rinvenne mancavano solo due ore alla cena: Barellacci non trovò di meglio che cercare frettolosamente su Youtube la ricetta degli spaghetti al burro e salvia. Approdato sulla home page del Tubo però, si imbatté in un video dal titolo “Er Mutanda insulta Pappalardo in diretta TV”. Barellacci si concesse qualche momento di svago, convinto di poter preparare la cena in poco tempo.

Perse vergognosamente i seguenti 118 minuti a guardare i peggiori momenti trash della TV italiana dal 1971 ad oggi, e quando Nina entrò in casa lo trovò con la giacca da chef, senza pantaloni, a visionare “Iva Zanicchi caga in studio”. Barellacci si girò, vide la faccia disgustata di Nina, non disse una sola parola e mestamente si avviò verso il bagno.

La riproduzione automatica dei video di YouTube nel frattempo aveva avviato la proiezione di “Tutta la verità su Iva Zanicchi che caga in studio”.

Conclusero la serata al McDonald’s, in un silenzio orrendo.

L’invidia, Yuppies, il successo

Ci sono punti di vista diversi per qualsiasi cosa. Forse, a volte, cambiare prospettiva è la soluzione ideale per provare a migliorare il nostro modo di pensare. Anche se, si sa, cambiare prospettiva è assai complesso, soprattutto per i forti condizionamenti mentali che la mia generazione (i “born in the 80s”) ha subito in tenera età.

Ad esempio, uno dei must della mia infanzia era il culto del successo – ricordate i film ampiamente popolari tra gli anni 80 e i 90 (era del Berlusconismo galoppante) nei quali i più abbienti, patinati di galateo e glitterati dalla fredda ostentazione della propria ricchezza venivano contrapposti ai popolani da casermone di periferia, dai modi burini ma considerati puri di cuore e scevri dalle nefandezze dell’apparire.

Lo spettatore poteva parteggiare per chi voleva, ma la realtà è che la comicità cinematografica cominciava ad aprire prepotentemente delle crepe nel tessuto sociale: o sei stronzo ma ricco (e quindi puoi vantartene) oppure sei povero ma onesto (e quindi puoi vantartene). Queste due categorie però funzionano al cinema e nelle favole ma non hanno aderenza con la realtà: si vuole in sostanza dare un valore anche a chi non ne dispone, come se uno brutto debba per forza essere simpatico o intelligente. O, per contro, uno bello debba necessariamente essere ignorante.
Ovviamente le esagerazioni proposte al cinema avevano l’obiettivo di portare lo spettatore a immedesimarsi per una fazione o per l’altra. Quindi provare simpatia per un eroe o un anti eroe era una questione di vicinanza sociale e di mentalità: se sono povero mi piaceranno gli eroi burinazzi dal cuore d’oro e se sono ricco apprezzerò i cinici supertop manager.

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“Yuppies” (filmissimo del 1986) è il trionfo dell’eighties-pensiero, per cui non importa che lavoro fai, come ragioni, se sei fedele o affidabile: basta che guadagni tanto e riesci a ostentare i tuoi guadagni. In questa pellicola il poveraccio, inteso come uomo mediano borghesuccio, non c’è. Ci sono solo i ricchi, i ricchissimi e i servi. Non a caso nella sequenza finale del film i nostri eroi sognano di poter essere un giorno come il ricco per eccellenza, Gianni Agnelli, che presumibilmente sorvola una cima innevata in elicottero. Mica su una Tipo. Gli Yuppies del film ambiscono ad avare i suoi soldi e tutto ciò che ne consegue: ambiscono a diventare dei ricconi, non importa come e perché.
È questo l’errore che a mio parere richiederebbe un cambio di prospettiva: il culto del successo è sovente confuso con il culto della ricchezza. Ciò non porta a un miglioramento delle proprie capacità o a un affinamento del proprio intelletto, ma a una ricerca smodata del modo meno faticoso per guadagnare di più.

E la filiera che ne consegue ha del tragico: guadagno –> ostento –> rimorchio (dai, finiamola con le ipocrisie: chi è ricco becca di più, da sempre) –> genero invidia –> godo nel generarla –> voglio aumentare il mio status economico e sociale perché mi accorgo che più guadagno più conosco persone più ricche di me -> provo invidia a mia volta.

Provo invidia. Già. L’errore che ho commesso e vedo commettere sempre più spesso è provare invidia per i soldi, lo status, il lusso, e non per quello che li ha generati, ossia l’intuizione, la capacità e l’ingegno.

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L’invidia è un sentimento umano e come tale non può essere negata: è falso e stupido nasconderla ma a mio parere potrebbe essere incanalata in qualcosa di più di un fiume di bile che porta ad odiare e cercare il sotterfugio.
L’invidia negativa ti fa godere dei tuoi successi solo se accompagnati dai fallimenti altrui.
L’invidia positiva, destinata nel tempo ad avere un nome più nobile, porta a farti delle domande, e conseguentemente dona lo stimolo a imparare e quindi migliorare.

Confesso di aver impiegato 30 anni a intuire questa differenza, e mi auspico che questa mia recente scoperta possa essere d’aiuto a qualcuno, anche se mi rendo conto che le nuove generazioni, composte perlopiù da paraculi avvoltoi e arrivisti (esattamente come quelle vecchie), dunque più furbi e futuri abbienti di me, non hanno certo bisogno di lezioni. Ma possono comunque trarre un endorfinico senso di piacere nel constatare di avere a che fare con chi sta –o è stato- peggio.

P.S.
Breve excursus sulle “divisioni” nel cinema: oggi le spaccature sociali proposte in pellicola sono le stesse di 30 anni fa, ma con l’aggravante della provenienza territoriale che va ad accentuare differenze di cui sinceramente si sentiva poco la mancanza ( filmoni come “Benvenuti al Nord” e “Benvenuti la Sud”, per i quali ipotizzo nel prossimo futuro dei possibili sequel: “ Torniamo al Nord che giù non si capisce quello che dicono” e per completare la saga “No, meglio il Sud perché al Nord c’è la nebbia e fa freddo e mangiano alle 19”). Insomma, devi scegliere da che parte stare e, come conseguenza, devi sentirti migliore di qualcuno. Divide et impera.

Oroscopone 2016

Salutiamo l’anno nuovo con un bell’Oroscopone!

La febbre da oroscopo impazza e tutti vogliono sapere cosa gli riserverà l’anno nuovo. Considerando lo spasmodico desiderio di conoscere il futuro, vi propongo un oroscopo alternativo, nel quale potrete scoprire cosa vi aspetterà nel 2016.

Ariese (nati dall’ 1 al 10 Aprile negli anni dispari)
Siate felici! Va tutto bene! …almeno fino a febbraio, poi tragedie su tragedie. Esiste però un rimedio: prendete la vita con filosofia e affrontate la negatività col sorriso sulle labbra. Per essere sicuri, però, camminate dando le spalle al muro.

Topo (nati in Cina e nei giorni pari dei mesi dispari)
Amici Topi, purtroppo non ci sono buone notizie: la vostra sete di vendetta e il vostro rancore covato da quando siete piccoli  tende a scontrarsi con tutti gli altri segni (compresi quelli che non sono presenti in questa lista). I vostri nemici giurati, quelli nati sotto il segno del Flauto, se la passano meglio di voi: i mesi migliori per ordire una vendetta sanguinaria basata sulla vostra invidia sono Marzo, Aprile e Luglio.

Ibiza (nati nei giorni di festa, tipo Natale, il 2 Giugno o la serata finale del Grande Fratello)
Da sempre estroversi e spiritosi, gli amici dell’Ibiza devono però darsi una regolata: il 2016 è l’anno  dell’inasprimento delle pene per coloro che alzano il gomito e si mettono alla guida. La curiosa congiunzione astrale di Saturno in Alderaan non vi facilita le serate mondane: prendete un taxi.

Minchione (nati l’1 gennaio, il 2 febbraio, il 3 marzo ecc..)
Cari Minchioni, il 2016 è il vostro anno: farete grandi cose, conquisterete posizioni importanti e avrete a disposizione importanti risorse per portare avanti i vostri progetti. L’amore funziona, il lavoro pure, la salute va a gonfie vele. Quasi dimenticavo: c’è anche la marmotta che confeziona la cioccolata.

oroscopo

Freccette (nati nei mesi dispari che cominciano con una vocale)
Quest’anno le Freccette hanno fatto centro! L’anno scorso invece erano decisamente fuori bersaglio. Anche l’anno prossimo probabilmente colpirete nel segno! Ad ogni modo siate felici, ci sono tanti graziosi calembour che si possono fare con la parola Freccette. Dai, scherzi a parte, avrete un anno di merda.

Fusillo (nati nei giorni dispari dei mesi pari)
Siete un po’ troppo ansiosi, ma buoni di natura; capite al volo le intenzioni degli altri, tendete a farvi però usare: spesso siete troppo buoni e la gente se ne approfitta. Questo è quello che di solito la gente vuole sentirsi dire negli oroscopi, no?

Otranto (nati a Otranto, ovviamente)
Il 2016 è l’anno degli spiriti! Attenti ai fantasmi, ai castelli bui e alle grappe.

Puzzola (nati nei mesi caldi ma in giorni freddini)
Storicamente è risaputo che i nati sotto il segno della Puzzola sono tipi tosti, che non si abbattono facilmente e non si lasciano scoraggiare. Sfortunatamente il 2016 va in controtendenza: preparate i fazzoletti e il salvagente poiché un mare di lacrime è in arrivo. Ah, ma poi dopo Novembre è tutto in discesa.

Mariuolo (nati nei giorni dispari dei mesi dispari)
Cari Mariuoli, questo è l’anno della svolta! Il 2016 è l’anno in cui vi renderete conto di vivere in un paese in cui i nati del vostro segno hanno carta bianca. Peccato che non esiste il segno del Paraculo: sarebbe l’unico a godere di maggior fortuna nell’anno che verrà.

Flauto (nati nei  giorni dispari negli anni bisestili)
Lavoro: medio. Salute: medio. Amore: medio. Niente di eccezionale, niente di orribile. Un anno come un altro. Mediocre, pieno di giornate noiose e prive di slancio. Datevi una mossa! Solo voi potete salvare la situazione: per movimentare un po’ le vostre vite vi consiglio di ostentare agio e ricchezze con i nati sotto il segno del Topo.

Lasagne (nati nei giorni pari nei mesi pari)
Vi manca il senso dell’umorismo. Questa dovrebbe essere la previsione per il 2016. Lo so, vi aspettavate di più anche per un oroscopo umoristico. Ma così è la vita. Scommetto che avreste preferito qualcosa tipo “fino a marzo qualche difficoltà, ma poi una netta ripresa fino a dicembre” oppure “l’amore vi porta nuovo entusiasmo, per i single sarà più facile trovare un partner”… e invece no. Semplicemente, vi manca il senso dell’umorismo. Prendete la vita con ironia, qualsiasi cosa significhi.

Acquitrino (nati nei giorni pari dei mesi dispari)
Rimanete impantanati nel dubbio fino alla primavera, poi sarà tutto più chiaro: l’astrologia è chiaramente una roba da ciarlatani.

Lockhart il fiero cavaliere errante (il racconto contiene un’allegoria)

C’era una volta un cavaliere errante di nome Lockhart, girovago per il regno alla ricerca di una damigella a cui donare il suo amore. Un giorno incontrò la principessa Daribel, la giovane figlia del re. Daribel emanava un’immacolata bellezza che illuminava la sua figura conferendole un’aura di candida purezza. Un giorno la principessa venne rapita, e Lockhart, il quale non aveva ancora avuto la possibilità di parlare con Daribel ma che le aveva già idealmente consegnato il suo cuore, si mise subito in viaggio per andarla a salvare. Per il cavaliere Daribel era tutto: si erano incontrati una sola volta e si erano scambiati solo un fugace sguardo; ma era uno sguardo di quelli che bruciano lo spirito e infiammano il petto. Non si erano mai parlati, ed effettivamente nemmeno conosciuti, ma l’amore che Lockhart provava era ben superiore a queste circostanze: lui doveva andarla a salvare e condividere con lei il suo amore. Il viaggio era lungo e pieno di ostacoli, ma Lockhart sconfiggeva draghi terribili con un solo colpo di spada, uccideva malvagi giganti senza battere ciglio e sbaragliava spietati orchi senza fatica alcuna, se non quella di pulire la sua spada luminosa e la sua lucente armatura d’argento dal sangue delle sue vittime. Era così forte il suo senso di giustizia e lui era così determinato a raggiungere il suo obiettivo che nemmeno sentiva il peso delle battaglie con i suoi numerosi e mostruosi nemici. Raggiungere Daribel e poter guardare ancora una volta gli occhi di quell’angelo che l’avevano fatto innamorare: quegli occhi non potevano che appartenere ad un’entità pura, libera da qualsiasi passione umana.

Mostri e nemici continuavano a cadere come deboli arbusti sotto i colpi della sua spada, brandita dalla sua mano ferma e sicura. Lockhart arrivò così davanti alla fortezza in cui era prigioniera Daribel. Lo stile del cavaliere con la spada era impeccabile, e i brutali fendenti d’ascia dei due rozzi guardiani dell’ingresso non riuscirono nemmeno a sfiorarlo. I bruti cadevano di fronte alla fermezza di Lockhart e alla sua spada lucente. Veloce così si diresse verso il sotterraneo della fortezza, in direzione della cella in cui era prigioniera Daribel. Si sbarazzò di altri due barbari di guardia e con un colpo preciso spezzò il lucchetto che bloccava l’ingresso alla cella. Entrò di corsa, ma scoprì con disappunto che la principessa era stata spostata altrove, forse in previsione dell’arrivo del cavaliere, e nella cella erano rimasti solo alcuni effetti personali di Daribel, tra cui il suo diario. Lockhart, ancora con la spada in mano, con la sua postura fiera, cominciò a leggere il diario dell’anima pura per cui era stata fatta tanta fatica ed era stato versato tanto sangue. Egli voleva leggere le parole del suo angelo, di Daribel, per comprendere ancor meglio quanto fosse immacolata, quanto il suo amore fosse forte e ricambiato.

Lockhart il cavaliere

Ma ebbe una brutta sorpresa. Dalle parole scritte su quel diario, pare che la bella Daribel, pur pensando spesso a Lockhart, era solita, nelle lunghe notti di prigionia, intrattenere relazioni carnali con i bifolchi guardiani delle celle. Lockhart cominciò a tremare, cadde sulle ginocchia, e il suo cuore iniziò a battere come un martello. Quella che prima era un’indistruttibile armatura d’argento si era trasformata in un ammasso di ferraglia arrugginita, e ora Lockhart aveva difficoltà persino a camminare. Si sentiva spaesato, inadeguato, inutile, e non più all’altezza della sua impresa. In lontananza si sentiva il vociare di una guardia. Lockhart si affacciò fuori dalla cella e vide il suddetto guardiano: si trattava di un omuncolo grassottello, basso e incapace di brandire un’arma. Lockhart fece due passi per andargli incontro e combatterlo, ma il terrore si era ormai impossessato di lui. Non era nemmeno più in grado di ragionare, e in quel momento anche affrontare quell’insulso nemico gli sembrava un’impresa impossibile. Ancora col cuore che batteva all’impazzata  Lockhart gettò a terra la sua spada, che si spezzò, diede le spalle alla guardia e si mise a correre, scappando via.

Mentre correva fuori dalla fortezza, Lockhart non riusciva a darsi pace: dov’era la purezza di quell’angelo?  Era davvero una angelo? O forse, come la realtà impone, anche Daribel era solo un essere umano? Lockhart scappò dal regno, e non rivide più quello che nei suoi sogni era stato il suo Amore.

Cara italia…

Come mi piacerebbe essere fiero di essere italiano!

Purtroppo però non riesco ad esserlo: questo paese delude le aspettative e ribolle di fallimenti. Gli italiani sono sempre meno italiani e sempre più vuoti, trasformati in automi non pensanti colpiti nelle menti da anni e anni di sbiancamento mentale.

La fregatura è che questo paese da tempo ci ha fatto odiare i sacrifici, ci ha innestato nella mente delle dinamiche causa-effetto sbagliate, ma così sbagliate da far inorridire chiunque sia dotato di senno. Ci ha fatto accettare che il buono perde e il cattivo vince, ci ha fatto digerire la corruzione, ci ha fatto abituare alle ingiustizie, ci ha fatto cambiare idea sui valori della vita e ci ha fatto invidiare persone davvero poco invidiabili. Ci ha mostrato come funziona la meritocrazia: il manager che fallisce merita non solo una barca di soldi ma anche un nuovo impiego, magari anche più prestigioso e meglio retribuito, mentre noi stupidi onesti non possiamo permetterci di abbassare mai la guardia.

Italia_giù

Questo paese ci ha fatto andare di traverso la voglia di fare, ci ha fatto pensare che i Balotelli di turno siano davvero modelli da seguire, con la loro spocchia, la loro superbia, i loro soldi ostentati con arroganza, la loro voglia di spaccare il mondo e, peggio ancora, le possibilità che hanno di farlo davvero.

Questo paese ci ha fatto ormai capire che la gran parte dei politicanti è composta da mentecatti, che non sono solo disonesti, ma non si preoccupano nemmeno più di mantenere le loro malefatte nascoste: ci sbattono in faccia ingiustizie e assurdità etiche ogni maledetto giorno, costringono noi stupidi onesti al baratro, e non si curano nemmeno di garantire i diritti dei cittadini onesti.

Questo paese ci ha negato le possibilità che -almeno- dovrebbero rappresentare un nostro diritto.

La possibilità di lavorare, la possibilità di uscire di casa senza avere paura, la possibilità di fidarsi dello stato, la possibilità di emergere per le proprie doti e non per chissà quale altro “merito”.

Quelle possibilità che noi stupidi onesti ci dobbiamo sudare e che invece ad altri vengono concesse per leccaculismo, delinquenza e deliranti politiche governative.

Questo, nemmeno a dirlo, porta noi stupidi onesti a detestare non solo il nostro paese, ma la nostra stessa vita.

Alex e Danilo (ovvero: gli uomini non impareranno mai)

Stamattina in tram ho assistito ad un lungo diverbio telefonico tra un ragazzo (di 18 anni o giù di lì) e la sua fidanzata. Dall’infuocata discussione a distanza emergevano dei dettagli interessanti sulla loro vita insieme: sono una coppia da due anni, hanno frequentato le stesse scuole, lui è in contatto con la famiglia di lei (“l’ho anche detto a tua mamma che non mi rispondi al telefono!”), ma negli ultimi mesi lui si sente accantonato a favore di un nuovo gruppo di amici (“da quando conosci quelli per te non esisto più!”). La lite però verteva su un dettaglio preciso: il nostro ragazzo si sentiva trascurato (“sono dei mesi che non sono più la tu priorità”) e provava un certo fastidio nei confronti di due persone, tali Teo e Jamal, presumibilmente amici di lei (“se io ti chiedo di vederci non ci sei mai, ma se ci sono Teo e Jamal sei sempre disponibile anche di notte!”). Ebbene, dopo alcuni minuti, brevi silenzi e toni non sempre pacatissimi (“col cazzo che ti accompagno a vedere i tabelloni a scuola!”) lui decide di chiudere in un colpo solo la discussione, la relazione e la telefonata con fermezza, polso, determinazione e dignità, chiosando con un civile e ponderato “vaffanculo”.

Che botta, che forza d’animo! Mai nella vita sono riuscito ad eguagliare un così alto livello di tempra maschile (o virile). Quel ragazzo, stufo delle presunte angherie sentimentali della sua ragazza, aveva mostrato un coraggio a me sempre sconosciuto, e tutto in un solo gesto: mandarla a quel paese lì, seduta stante, senza tante palle, senza troppi giri di parole. Quel ragazzo, sentendosi minacciato da due persone, aveva deciso che non valeva la pena combattere i mulini a vento, e, con grande onestà, aveva intuito che il duo Teo-Jamal sarebbe sempre stato posto su un altro piano dalla sua ragazza: un piano superiore, lontano, troppo lontano, inarrivabile.

Questo episodio mi ha riportato alla mente un’estate di -ormai- 14 anni fa. Mi trovavo al mare in vacanza con la mia famiglia, periodo luglio o agosto, e la sera ero solito telefonare alla mia fidanzatina (che allora era l’amore della mia vita, ma questo è un’altra storia), per scambiare due chiacchiere pucci pucci cicci cicci. Si tenga presente che avevo 16 anni, non si poteva pretendere molto dall’uomo che sto ancora cercando di diventare. Ebbene, una sera la telefonata rituale si rivelò un po’ diversa dalle altre. La mia fidanzatina era appena arrivata al villaggio turistico a Milano Marittima e non sembrava avere molta voglia di parlare: rispondeva a monosillabi e non vedeva l’ora di riattaccare. Poco male – pensavo tra me e me- sarà stanca per il viaggio, magari domani sarà più felice di sentirmi. Il giorno seguente non rispose nemmeno al telefono. Quello ancora successivo, rispondendo svogliatamente, mi fece capire che non era il caso di chiamare tutte le sere, che lei stava bene e che si divertiva molto anche grazie ad Alex e Danilo, gli animatori del villaggio.

E chi cazzo sono ‘sti Alex e Danilo?

gelosia

Gelosia, gelosia canaglia!

Per due sere non chiamai, fidandomi del mio orgoglio. Alla terza sera dovetti cedere: chiamai per sapere come stava lei e -ironicamente- per informarmi sul buono stato di salute di Alex e Danilo. La mia fidanzatina non la prese bene, mi fece una scenata di un paio di minuti (poi cominciava il falò in spiaggia organizzato da Alex e Danilo, non si poteva perdere) e non mi chiamò più fino al suo ritorno.

Rientrati entrambi dalle vacanze, risolvemmo la cosa da persone civili (io le dissi “scusa sono stato scemo a essere così geloso”) e lei mi perdonò (?). Qualche giorno dopo eravamo in pizzeria e lei ricevette una telefonata. Dopo aver estratto il cellulare dalla borsa guardò il display, incrociò il mio sguardo con aria colpevole, si alzò dal tavolo e si congedò con uno “scusami un attimo”. Io non chiesi nulla, lei non mi disse mai nulla. Ma in cuor mio sapevo che al telefono era Danilo. O Alex, o entrambi.

Non ho mai saputo con certezza se ci fosse stato qualcosa tra loro tre – e la cosa mi farebbe incazzare parecchio anche a 15 di distanza: se avessero fatto un trio (o un menage a trois, o una threesome per i poliglotti) la prenderei davvero male- ma di certo so che la mia fidanzatina non era l’amore della mia vita, e che se avessi mostrato il piglio di quel ragazzo sul tram mi sarei risparmiato qualche mese di tribolazioni amorose. Ma con i “se” e con i “ma” la storia non si fa, quindi non posso fare altro che essere contento della mia mancanza di spina dorsale quando sospettai la tresca con gli animatori. Ad ogni modo da lì a poco arrivò nella vita della mia fidanzatina un trombettista -senza ironie del caso: suonava proprio la tromba- e lei decise che le piaceva di più la tromba rispetto alla chitarra, strumento che io mi diletto a suonare da anni.

Cos’ho imparato da questa vicenda? Che per una volta l’assenza di Facebook mi ha risparmiato ore di stalking intriso di rabbia, di confronti senza senso e di valutazioni estetiche improprie e dissennate. Quelle ore insomma che avrei speso qualche anno più tardi, convinto che sbirciare (o “lurkare” per usare un gergo tecnico) i profili di ex fidanzati, amanti, amichetti e compagnucci di giochi delle persone con le quali mi trovavo coinvolto sentimentalmente fosse una cosa intelligente.

Chiudo concludendo la vicenda del ragazzo in tram: alla fermata successiva ha richiamato la sua ragazza tra le lacrime implorandola di perdonarlo. Gli uomini non impareranno mai.

 

P.S.

Piccola digressione sul nobile mestiere dell’animatore del villaggio turistico: si tratta di un lavoro benedetto dal Signore per il quale la gente viene stipendiata al fine di vivacizzare le vacanze dei clienti del villaggio con attività quali il risveglio muscolare, il sesso, i giochi aperitivo, il sesso, la gara di tiro con l’arco, il sesso, il torneo di freccette, il sesso, la serata danzante, il sesso, la festa hawaiana, il sesso, i balli di gruppo e, se capita, qualche scopata qua e là. Il mestiere dell’animatore del villaggio turistico ha tutta la mia stima perchè è uno dei pochi in cui non esistono discriminazioni di genere: fanno sesso gli uomini quanto le donne. Purtroppo non ho mai fatto l’animatore, ma sono stato cliente in un villaggio turistico (che detto così suona male): ebbene, lo consiglio a tutti, soprattutto ai single.

La sessione di studio in biblioteca

Ai tempi dell’università ero solito frequentare più biblioteche che discoteche.
Non che fossi un secchione: ero, sono e rimarrò un ignorante, almeno nel senso socratico del termine. Ciononostante venivo spesso coinvolto in quelle che vengono spesso definite dagli studenti “sessioni di studio in biblio”. Ebbene, lungi dal voler generalizzare (ogni tanto in biblioteca si studia davvero), posso asserire con una certa sicurezza che di studio in quelle sessioni c’era ben poco. Solitamente la sessione di studio in biblio vive di tre macro fasi, che ora andrò a schematizzare:

Fase 1: La buona volontà (ovvero: io ci ho provato, ma lo Spirito Santo non mi ha dato una mano)

  • “Vado in biblio. Oggi devo almeno arrivare al capitolo 8, sono 300 pagine, ma sì, ce la posso fare, nella prima ora faccio 50/70 pagine, poi ripasso gli appunti e riprendo”.
  • Approdo in biblioteca (di solito ad un orario piuttosto lontano da quello che si definirebbe comunemente presto), scouting preliminare per trovare un posto libero nei banchi comuni.
  • Sorrisone felice nel constatare che seduta al tavolo c’è Chiara di Lingue, Francesca di Lettere, Marco di Filosofia (che sta dormendo dopo una serata impegnativa al pub), Chicca di Lingue pure lei, Esmeralda (che non parla italiano e nessuno ha ancora capito cosa studia, però è gnocca), Carlotta di Beni Culturali (intenta a decifrare un’iscrizione rupestre egizia) e Luca di Comunicazioni (che sta decifrando la confezione -pardon, il packaging- di una merendina). Dopo un fugace saluto a tutti ci si sistema in un posto vuoto. Molto bene, oggi si studia meglio: siamo in compagnia.
  • Passano dagli 8 ai 15 minuti, giusto il tempo di disporre libro, matita ed evidenziatore sul tavolo, scegliere la playlist quando Luca e Marco si alzano dai banchi, fanno un cenno vagamente familiare: portano il pollice e l’indice unti verso le labbra. Si riconosce il gesto internazionale del caffè espresso. L’intera combriccola di amici si alza e si dirige verso l’uscita.
  • Segue pausa caffè al bar strategicamente posto a due passi dalla biblioteca. “Ma sì, lascio i libri qui sul tavolo, 5 minuti e torno su. Il tempo di un caffè, magari una sigaretta e torno in piena operatività”.

 

ragazza che studia in biblioteca

Fase 2: Un caffè, poi riprendo (ovvero: la mia concezione del tempo è a rischio dilatazione)

  • In religioso silenzio si esce dalla biblioteca.
  • Finalmente tutti fuori si commenta la materia che -presumibilmente- si sta studiando, compatendosi vicendevolmente per l’incombere dell’esame. Di solito si usano frasi standardizzate, tipo “Ho l’esame tra due giorni, sarà il caso di cominciare a studiare?” oppure per i più volenterosi “Ma sì, che hai una sfilza di 30 e lode! Non studiare neanche!”
  • Dopo pochi passi si giunge al suddetto bar, gestito da persone baciate dalla grazia di Dio (“se qui vicino non ci fosse la biblioteca saremmo già falliti”) ci si siede ai tavolini fuori (nella bella stagione) e si ordina qualcosa.
  • Si inizia a discutere.
  • Carlotta passa il tempo tra Facebook e Instagram hashtaggando qualsiasi cosa, trovando degli evidenti rimandi tra il suo lavoro di catalogazione dei geroglifici e la corretta posizione dei cancelletti prima delle #parole.
  • Chiara e Chicca commentano l’assistente di francese, Francesca non si capacita della mancata convocazione di Baggio ai mondiali del 2002 (cosa questa che suscita sincera stima nei maschietti presenti), per poi tornare con la mente al Pascoli di cui sta analizzando i lavori.
  • Luca tenta invano di spiegare agli altri che quello che studia è una cosa seria, Marco non ci prova neanche, avvolto da un’aura di silente spiritualità che solo i filosofi possono comprendere. Esmeralda ride per tutto il tempo senza capire un cazzo di quello che hanno detto gli altri, ma non importa, tanto è gnocca.
  • Passano 3 o 4 ore, durante le quali si sono consumati a cranio un caffè, due Estathè, una brioche e a seconda dei giorni e dell’orario, due o tre Spritz.
  • Serpeggia un agrodolce sospetto: probabilmente si è fatto tardi.

 

Fase 3: Cos’ho imparato oggi? (ovvero: chissenefrega?! Tanto l’esame è tra un mese!)

  • Si rientra in biblioteca con un po’ di stanchezza addosso mormorando frasi di circostanza (“Quasi quasi riprendo a studiare”) alternate a prese di coscienza che somigliano molto a dichiarazioni di colpevolezza (“E anche oggi non abbiamo combinato un cazzo”).
  • Nel rimettere i libri e gli appunti in borsa si riflette sul valore del tempo speso durante le 3 ore precedenti, e, in un misto di soddisfazione e rimpianto, ci si avvia silenziosi verso l’uscita.
  • Davanti alla porta d’ingresso della biblioteca ci si guarda tutti negli occhi per un paio di secondi che sembrano interminabili. È quello il momento in cui qualcuno dovrebbe avere il coraggio di ammettere che quella giornata non è servita a niente; ci si rende però conto che non è vero: stare insieme, studiare (poco) e socializzare (tanto) significa tutto tranne che perdere tempo.
  • Luca rompe il silenzio: “vabè, anche oggi è andata… stasera ci beviamo una birretta?”
  • La combriccola accetta entusiasta l’idea: Marco si sveglia dal suo torpore, Chiara e Chicca propongono l’Erasmus party (con la scusa del multilinguismo), Carlotta è un po’ titubante all’inizio, ma ci vuole poco a convincerla. E poi c’è Esmeralda: annuisce e ride, come al solito. L’importante è accertarsi che abbia capito dove ci troveremo questa sera: è troppo gnocca per essere lasciata a casa.
  • Lo studio può attendere, tanto domani pomeriggio ci troviamo di nuovo in biblio, no? E in fondo non c’è fretta, l’esame è tra un mese!

10 modi di dire “NO”

Dire di no sembra facile ma non lo è affatto: per i più buoni o i più stupidi che non dicono mai di no, ma anche per coloro che sospettano che dietro a un “no” si nasconda altro, ho stilato questa lista. Questi sono i 10 modi più diffusi in cui la gente dice di no.

1. Declinare cortesemente una richiesta.
“Mi presti 1000 euro?”
“Mi spiace, purtroppo non sono in grado di farti questo favore.”

2. Dire di no annettendo però una giustificazione.
“Mi presti 1000 euro?”
“No, non dispongo di tale cifra.”

3. Dire di no senza giustificarsi.
“Mi presti 1000 euro?”
“No.”

4. Dire di no esplicitando il pensiero che si cela dietro al diniego.
“Mi presti 1000 euro?”
“No… stai scherzando, vero?”

5. Dire di no rivelando il VERO pensiero che si cela dietro al diniego.
“Mi presti 1000 euro?”
“No! Ma sei stupido o cosa? Figuriamoci se vengo a prestare dei soldi a te, con quella faccia da culo che ti ritrovi! ”

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6. Dire di no accampando scuse credibili.
“Mi presti 1000 euro?”
“No, purtroppo non sono in grado di prelevare dal mio conto questo mese: ho superato il massimale.”

7. Dire di no accampando scuse piuttosto improbabili.
“Mi presti 1000 euro?”
“No, sfortunatamente per questo mese non sono in grado di accedere al mio conto, c’è stata un’invasione di cavallette presso la filiale della mia banca.”

8. Dire di no accampando scuse decisamente improbabili.
“Mi presti 1000 euro?”
“No, purtroppo ho una rara malattia, si chiama sindrome del numero che viene dopo il 6 ma prima dell’8. Questa terribile patologia mi impedisce di scrivere, pronunciare o anche solo premere un pulsante che raffiguri quel numero lì, che sicuramente tu avrai capito. Per questo non posso digitare il mio pin al bancomat, dato che contiene proprio quel numero lì.”

9. Dire di no accampando scuse che coinvolgono la sfera dell’extraterreno e/o del paranormale.
“Mi presti 1000 euro?”
“No. Zug, l’imperatore del pianeta Blurg-06 dal quale -come tu ben sai- provengo, ha impedito a tutti i suoi sudditi di elargire prestiti. Posso forse contravvenire ad una legge intergalattica? E comunque lo zombie che vive nel mio giardino me li ha chiesti prima di te.”

10. Dire di no accusando l’altro di abusare del nostro buon cuore.
“Mi presti un attimo la matita?”
“Certo, adesso vorresti anche la matita. Non ti è bastato chiedermi 9000 euro?! Senza neanche un per favore!  Non ti sembra di esagerare? Stronzo!”

Hot or …what?

L’altro giorno ho assistito a un incredibile esperimento sociologico. E, mio malgrado, ne sono stato co-protagonista. È stato talmente sensazionale che ho aspettato alcune settimane per raccontarvelo, ho dovuto approfondire con me stesso tutti gli spunti di riflessione che il suddetto esperimento ha sollevato nella mia testa, fin troppo propensa all’auto erotismo mentale.

Ma andiamo con ordine.

Recentemente sono venuto a conoscenza di un’app per smartphone dal nome “Hot or not”. I più giovani o i più soli o i più… bisognosi di contatto umano la conosceranno già, ma per coloro che per un motivo o per l’altro non la conoscono, vado a spiegarne per punti il funzionamento.

1- Ci si iscrive.
2- Si accede al proprio profilo: si indica il nome (o nickname), la data di nascita, il sesso e la città in cui ci si trova.
3- Si sceglie una foto. Una foto in cui preferibilmente si è venuti bene. Se si è dotati di addominali stile WWE o lineamenti da fotomodello, bè, meglio che li metta in mostra.
4- Si comincia a visualizzare una serie di foto di altri utenti (secondo i propri gusti: data la mia eterosessualità ho scelto di vedere solo foto di ragazze). Sotto ogni foto sono presenti due tasti enormi, uno con un cuore e uno con una X.
5- Come i più sagaci avranno già capito, si esprime il proprio gradimento selezionando il tasto cuore, il proprio disinteresse selezionando il tasto X.
6- Volendo si può interagire con gli altri utenti iniziando una chat.
7- Fine.

Come sono venuto a conoscenza di questa app? Parlando con una ragazza, mia amica, la quale, dovo avermi elencato le principali features (inglesismo a caso) di Hot or not, decide di installarla. Io la seguo a ruota.

Al via l’esperimento sociologico.

-Ore 23
Io e la ragazza (che per convenzione chiameremo Cloe) installiamo l’app sui nostri smartphone.

-Ore 23.04
I settings (altro inglesismo a caso) dei nostri profili sono pronti, entrambi siamo ufficialmente iscritti.

-Ore 23.05
Cloe riceve una notifica, qualcosa del tipo “complimenti, hai appena sbloccato un badge: il tuo profilo sta avendo successo”.

Il mio smartphone giace silenzioso sul tavolo. Niente notifiche per me.

-Ore 23.05 (un paio di secondi dopo)
Cloe riceve un’altra notifica: “Tizio X ti ha inviato un messaggio”.

Il mio smartphone giace silenzioso sul tavolo del pub. Ancora nessuna notifica per me: controllo se la connessione è attiva. Lo è. Niente notifiche per me.

-Ore 23.06
Cloe riceve una terza notifica: “Tizio Y ti ha inviato un messaggio”.

-Il mio smartphone giace silenzioso sul tavolo di legno consumato del pub, come un monolitico simbolo della fredda tecnologia che si erge in mezzo ad un mare di assordante silenzio. Il silenzio delle notifiche. Niente notifiche per me.

-Cloe disinstalla l’app a fine serata (o almeno così asserisce).

-Io per le seguenti due settimane mantengo installata l’applicazione sullo smartphone: niente notifiche. Neanche una. Neanche un misero cuoricino.

-Al ventesimo giorno ho disinstallato l’app per evitare un attacco di depressione.

hot or fail

Hot or… fail?

 

Fine dell’esperimento sociologico: al via le considerazioni.

Non esiterei a descrivere la ragazza che mi ha introdotto nel mondo di “Hot or not” (e quindi della depressione, seppur passeggera) come carina e attraente, ma la differenza che intercorre tra me e gli altri utenti dell’app è che io, seppur in maniera marginale, conosco la ragazza in questione. Io SO perché -per me- Cloe è attraente. E tra i mille motivi che non starò qui ad elencare (c’è il rischio che legga questo articolo, mi imbarazzerebbe) i principali non hanno nulla a che fare con ciò che lei mostra in fotografia.

Ecco perché la mia depressione, passeggera solo fino a poche righe fa, si mostra un po’ più grave del previsto: io posso ritenere Cloe una persona fantastica, ma lei non lo saprà mai. Potrà forse solo immaginare che io la ritengo carina e attraente, ma potrebbe anche pensare che la mia opinione di lei sia molto bassa. Potrebbe pensare che io la ritenga una stronza viziata, oppure una persona fantastica e meravigliosa. O qualcosa in mezzo tra le due. Chi lo sa, non credo di averglielo mai detto. E di certo non in chat.

Ma se io non conoscessi Cloe e la contattassi in chat scegliendo di interagire con lei solo dopo aver visionato le sue foto, per dirle che è fantastica e meravigliosa, farei nascere in lei il legittimo dubbio che io la stia contattando solo perchè mi piacciono i suoi occhi o i suoi capelli. Di certo io, Utente Generico di Hot or Not, non posso esprimermi sui motivi REALI che fanno di Cloe una persona fantastica e meravigliosa: posso esprimermi sui tratti del viso, sul suo corpo, o più in generale sulla qualità della foto.

Siamo seri: nessuno contatterebbe mai una ragazza su un’app del genere per dire “complimenti per la qualità fotografica: la sapiente scelta dei filtri esalta questa o quella parte di te appianando al contempo lo sfondo circostante”. Potrebbe essere una buona frase d’aggancio, ma poco più. Dunque io, Utente Generico, apprezzerei la foto di Cloe. Non Cloe. Oppure, da perfetto uomo italico, semplicemente apprezzerei i suoi tratti somatici. E dico tratti somatici perchè voglio comportarmi da signore: è risaputo che gli uomini quando vedono una donna appena decente secondo gli standard del Drive In (per i nati tra i ’70 e gli ’80) e di Studio Aperto (dagli ’80 in avanti) sbavano, gonfiano il petto, fanno i cascamorti e (per i nativi digitali) cliccano “like”. Smoccolando frasi da perfetti gentlemen quali “cazzo che gnocca!”.

Fine delle considerazioni: al via le seghe mentali.

Cloe ha ricevuto un sacco di apprezzamenti (o cuoricini), io nemmeno uno. Mi piace pensare che questo sia dovuto al mio sesso. Mi piace pensare che il motivo per cui in nemmeno un minuto Cloe è stata contattata da un paio di persone e io da nessuno in due settimane sia semplicemente perchè lei è una donna e io un uomo. Mi piace pensare che quella sia un’applicazione per Pierini rincoglioniti con gli ormoni a mille, dimenticandomi per un attimo che anche io, sulla soglia dei trent’anni, non scherzo in quanto a danze ormonali. Mi piace pensare che non sia tutto così semplice, nelle relazioni uomo-donna: cuoricino o X, dentro o fuori, “per me è sì, per me è no”. Mi piace pensare che il mio aspetto (al netto di ogni dubbio, non particolarmente attraente ma nemmeno repellente) non c’entri.

Mi piace pensare che le cose belle succedono, magari col tempo, senza la fretta di un’app il cui fondamento è la velocità di scelta. Mi piace pensare che, se mai trovassi una persona fantastica e meravigliosa, aspetterei il momento giusto per dirglielo. Magari ci vorrà un giorno, magari un mese, forse un anno: dovrebbe essere il momento giusto però. Mi piace pensare di essere un romantico, a mio modo. Mi piace pensare. Hot or not.

 

P.S.

Mi piace tantissimo cercare scuse.