Amori e dentisti

Un giorno di primavera di una decina di anni fa uscii con una ragazza. Si trattava di un’uscita tardo-pomeridiana, una di quelle cose tipo giro in centro, aperitivo e cena. Non era il mio primo appuntamento con lei, e avevamo già quel minimo di confidenza che permetteva di andare insieme a fare delle commissioni, o a fare shopping. Tutto molto bello, se non fosse che, per una bizzarra congiunzione astrale, dimenticai che quel giorno, oltre al mio appuntamento galante, avevo fissato un appuntamento dal dentista. Ovviamente me ne ricordai solo un’ora prima dell’appuntamento (con entrambi), in un orario insomma troppo ravvicinato da poter spostare l’appuntamento dal dentista e troppo ridicolo da spostare l’appunta mento con la ragazza. Fortunatamente il dentista avrebbe dovuto solamente compiere un controllo di routine, nulla di programmato e nessun lavoro lungo in previsione.

Che faccio, disdico all’ultimo dal dentista? Sposto l’appuntamento con la ragazza? Ma no, certo che no, a spostare son capaci tutti: benvenuti nel magico mondo dell’uomo che non sa dire di no. Chiamo la ragazza e le chiedo se non le scoccerebbe più di tanto accompagnarmi ad una visita brevissssssima dal dentista (esatto, anche parlando con lei ho messo 5 o 6 “s” nella parola “brevissima”), assicurandole che non sarebbe durata più di una mezz’ora. Lei rispose con inaspettato entusiasmo: “non c’è problema, mi porto gli appunti così approfitto per ripassare un po’ per l’esame :)”. Si, era talmente inaspettato il suo entusiasmo che percepii una emoticon felice nelle sue parole.

Ebbene, ecco come è andata: incontro la ragazza al luogo dell’appuntamento, due chiacchiere tanto per rompere il ghiaccio e via, verso il dentista. Mi sentivo incredibilmente a disagio durante il breve tragitto, cominciavo ad esplicitare i tipici segnali dell’uomo in preda la marasma: risata compulsiva, battuta ancor più idiota del solito, mancanza di salivazione (sintomo questo che dal dentista si sarebbe anche potuto rivelare utile), manie di persecuzione e generale mancanza di buon senso. Entriamo nella sala d’aspetto, ridacchio nervosamente come un babbeo facendo notare come tutti quei sorrisi smaglianti sulle copertine delle riviste sparse sul tavolino al centro della sala contrastino con i poster medici posti alle pareti dello studio. Quelli dove si vede un dente sezionato in orizzontale, o quelli dove sono elencate le infiammazioni delle gengive in ordine alfabetico, o i cicli di crescita della dentatura da latte. Quelle cose che, invece di illuminarti sulle dinamiche naturali, ti riempiono il cuore, la gola e la bocca di ansia. È il mio turno: saluto il dentista con una stretta di mano, mi giro verso la ragazza e le faccio un cenno con la testa, come a voler dire: poche decine di minuti e ci divertiremo.

All’interno dello studio dentistico va tutto come previsto, controllo rapido, specchietto che passa tra le pareti della bocca e le gengive, quello strano scalpellino che ogni tanto sfrega qui e lì. Ma, arrivati ad un certo punto della mia dentatura, il buon odontoiatra se ne esce con un asettico: “ahi ahi, c’è una carie qui”.

Ahi ahi, fai il tuo mestiere, toglila. “Certo”, dice lui “ti faccio l’anestesia, mi aspetti in sala un quarto d’ora, poi rientri e facciamo tutto”. No. “Un quarto d’ora? Non posso permettermelo, non possiamo fare senza anestesia?” Il buon dentista mi guarda perplesso, alza un sopracciglio e ribatte “certo, se vuoi proviamo… faccio piano piano, se senti male me lo dici e mi fermo”.

Così ti voglio! Vai col trapano.

dentista trapana un dente

La cosa brutta del trapano del dentista è quel suono acuto ma sordo allo stesso tempo, che muta improvvisamente quando la punta tocca il dente. Passa da “bzzzzzz” a “brrrrrr”, e, se mentre il bzzzzzz sei quasi felice di constatare che la tecnologia a disposizione dell’odontoiatra sia perfettamente funzionante, quando passa a brrrrrr, bè, non c’è più niente di cui essere felici. Dire che provai dolore non può bastare: essendo un uomo ho la soglia del dolore già bassa per natura,ma il trapano del dentista è una cosa davvero straziante. In più c’è quel schhhhhhh di sottofondo, quel tubicino che aspira la saliva: quello è tuo amico, dopo un po’ quasi cominci a volergli bene perchè sembra essere l’unica cosa non dolorosa di quel posto. Non è invasivo, in alcuni casi è retto dalla mano manicurata di un’assistente di poltrona bionda con la bocca ed il naso coperti da una mascherina ma con gli occhi verdi lì pronti a guardarti, forse giudicarti per le tue reazioni, soffrire per te, o perlomeno insieme a te. Dio mio, che dolore. Ma ne vale la pena: abbiamo già finito. Mi alzo dalla poltroncina, saluto il dentista che si premura di chiedermi “sono stato delicatissimo, non hai sentito tanto male, vero?”. No, non ti preoccupare: sei stato un macellaio, ma la colpa è colpa mia, non tua.

Ora torniamo dalla ragazza. Sarà –deve essere– fiera di me. Mi presento in sala d’aspetto con l’aria di un eroe cavalleresco che ha appena sostenuto una battaglia con gli artigli di un perfido drago, sfoggiando un sorriso smagliante che si sfalda in un attimo, disciolto in una smorfia di dolore. Lei, immersa nei suoi appunti universitari si gira distrattamente verso di me, mi guarda e, come se fosse la cosa più ovvia del mondo dice “hai già finito? Mi fai finire questa parte, mi manca poco, cinque minuti al massimo”.

Non preoccuparti, la prossima volta facciamo l’anestesia.

Oggi ricordo quell’episodio con simpatia, come fosse un sintomo chiaro di quello che era il mio rapporto con il sesso opposto fino a qualche anno fa, mi immagino in una situazione del genere oggi (“scusami davvero, ho fatto casino con gli appuntamenti, possiamo vederci alle 19 invece che alle 17?”) e rifletto sul fatto che stare seduto alla sedia del dentista quella volta per me non è stato un atto d’amore, ma di egoismo: non volevo perdermi niente. Stare seduto la tavolo di un bar con una donna, oggi, e non poter dire o fare quello che vorrei è ben più doloroso di una trapanata di molari. Ma ci sono voluti una decina d’anni, un bel po’ di delusioni, un pizzico di buon senso e una buona dose di autostima. Ma non quell’autostima malsana che ti fa credere di poterti far bucare un dente senza anestesia, ma quella che ti fa accettare per come sei, senza dover dimostrare niente. Col tempo, infatti, ho imparato un paio di lezioni (non di più: sarei un bugiardo), una delle quali è proprio questa: liberarsi dell’ossessione di dover per forza mostrare alla gente chi sei, cosa hai fatto e cosa sai fare.

Non c’è bisogno di essere un curriculum vitae vivente, pompato, ruffiano e un po’ spaccone: le persone che ritieni degne della tua attenzione (quelle che magari diventeranno persone importanti per ognuno di noi) si accorgono se c’è del buono in te. E se non se ne accorgono pazienza, avranno il tempo di farlo. O magari non se ne accorgeranno mai. Quello che importa è capire che snaturarsi e agire in modo dissennato al fine di per fare colpo su qualcuno non serve a niente: anche se funzionasse sarebbe comunque una vittoria effimera o raramente durevole nel tempo. Agire per farsi vedere è come indossare una maschera, tanto per usare una metafora stra-abusata. E anche i migliori uomini mascherati prima o poi sono costretti a fare i conti con il proprio vero volto. Salvo restando che chi nasce con la faccia da cretino potrà essere preso sul serio solo a carnevale.

Si sappia che ho perso le tracce della ragazza che mi accompagnò dal dentista: non so che fine abbia fatto, non credo nemmeno di essere suo amico su Facebook. Avrà comunque sempre un posto d’onore nel mio cuor… ehm, nel mio molare.

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One comment

  1. Ieri sera chiaccherando con un’amica, ci dicevamo che per anni abbiamo visto nei nostri fidanzati dei cavslieri.
    Ora le cose hanno cambiato prospetto va:
    Lei si è sposata vestita d’azzurro, perché il principe è lei
    Io ho realizzato che nella favola spesso non ero la principessa… ma il drago

    Buona giornata
    Magy

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